Chef Rubio, al secolo Gabriele Rubini non è solo uno degli chef più amati della tv e del web, ma è autentico fenomeno mediatico, un divulgatore di cultura culinaria “sui generis”, ribelle e tatuato che utilizza il cibo come forma di condivisione, integrazione e recupero sociale abbattendo le barriere di razza, lingua e religione scavalcando il modello della novelle cuisine degli chef patinati e stellati con quello del cibo di strada. Consacrato al successo dal format “Unti e Bisunti” del canale Dmax oggi lo Chef Rubio è partito dall’assioma secondo il quale se “ Se segui i camionisti, mangerai bene e a poco prezzo” con un nuovo format intitolato “Camionisti in trattoria“, in onda sul canale DMAX, un racconto gastronomico ma soprattutto un ritratto del nostro Paese dal punto di vista di chi lo conosce chilometro per chilometro alla scoperta del difficile mondo dei truck driver e delle loro storie che raccontano il “vivere”, giorno dopo giorno, sulla strada. Ma non è tutto l’impegno sociale di Chef Rubio prosegue oltre i riflettori della tv con serate dedicate all’integrazione come quella intitolata Cus Cus Clandestino organizzata dall’Unione Sindacale di Base (USB) organizzata per garantire una borsa di studio alla figlia di Soumayla Sacko e libri tra cui il recente “Mi sono mangiato il mondo” un viaggio fotografico tra storie, cibo e persone edito da Rizzoli, un racconto personale, in immagini e note scritte, per scoprire storie, assaggiare cibi di strada e conoscere luoghi, culture, popoli. Noi di Domanipress l’abbiamo ospitato nel nostro salotto virtuale per parlare con lui di cibo, integrazione e cultura on the road.

Con il nuovo format “Camionisti in trattoria” sei andato oltre i cliché dell’universo dei truck driver, scoprendo delle realtà interessanti ed inedite…ti aspettavi questo riscontro?

Questo viaggio mi ha fatto scoprire un mondo molto complesso e variegato fatto di sacrifici, impegno e che ha una sua cultura, quella diretta della strada che non si può imparare sui libri o facendo delle ricerche su google. Viaggiare per tante ore da un paese all’altro ti porta a conoscere tante realtà differenti tra di loro e a capirne la complessità. Nei camionisti ho scoperto anche una grande saggezza maturata dal vissuto diretto. Secondo me c’è anche una natura introspettiva molto marcata, ho capito durante il viaggio che questo tipo di approccio alla vita può essere anche terapeutico e lo consiglierei a chi vuole guardarsi dentro.  Per quanto riguarda il cibo, invece posso dirti che si, è vero che dove ci sono i camionisti di solito si mangia bene, anche se ci sono sempre le dovute eccezioni. I posti che abbiamo visitato noi non avevano nulla da invidiare ai ristoranti blasonati ed erano tutti in  in prossimità delle reti stradali, con un rapporto qualità prezzo giusto ed un buon livello qualitativo.

La tua intenzione, oltre quella di scoprire sapori e culture era quella di scardinare il luogo comune?

Non sono partito con l’idea di scavalcare il luogo comune…credo che di pensieri precostituiti ne abbiamo già fin troppi, come il Molise che non esiste…nascono e si diffondono più per indolenza che per cattiveria. Non volevo dimostrare nulla in merito alla vita dei camionisti ho semplicemente raccontato il loro mondo portandolo alla luce, la loro è una categoria che merita rispetto perché soggetta a vincoli e privazioni anche molto profonde che ho trovato giusto documentare.

Oltre che in TV sei anche molto attivo sui social network parlando di temi anche distanti dal cibo…

Mi piace molto comunicare sui social…e dico sempre ciò che penso senza limiti, in quest’ultimo periodo mi son ritrovato a dover parlare di integrazione, scontrandomi direttamente con Matteo Salvini in tema di migranti…anche se non ho mai votato faccio politica tutti i giorni partecipando alla vita sociale e facendo delle scelte, in questa fase temo il ritorno all’Italia intollerante degli anni ’50. Oggi è fondamentale combattere contro l’ignoranza con le armi cultura: chi ce l’ha e non si espone è un impavido e chi non ce l’ha e si espone rischia di diventare primo ministro. Vorrei ascoltare più voci capaci di rispondere e reagire…non vedo un cambiamento ma una stasi, ascolto delle parole che tra destra e sinistra sono sempre uguali a se stesse.

Ritornando al food, spesso gli Chef della TV utilizzano la notorietà per aprire ristoranti…nel tuo caso invece questo non è accaduto. Come mai questa scelta? 

Sono uno zingaro, uno spirito libero. Mi piace andare dove voglio e se voglio cucinare per qualcuno lo faccio perché sono io a decidere di farlo senza la costrizione del luogo fisico…avere un ristorante è come attendere la propria sorte senza sfidarla. Io non attendo nulla.

Sei spesso impegnato su più fronti nel promuovere la “buona cucina” come paradigma di condivisione, benessere, integrazione e nutrimento culturale anche con serate come quella del “cous cous clandestino” o progetti come i tutorial di cucina in lingua LIS. Il cibo può essere uno strumento d’integrazione?

Io credo nel cibo come strumento di comunicazione ed integrazione tra i popoli ma non ritengo che sia la chiave di volta e la soluzione al problema, bisogna lavorare molto più a fondo per far recepire il vero valore delle cose, relegare questo compito unicamente al food sarebbe chiedere troppo.

La tua carriera di cuoco è poco convenzionale e si articola tra  mercati rionali,venditori di street food, cucine stellate e viaggi intorno al mondo. Ultimamente hai pubblicato il libro “Mi sono mangiato il mondo” che costituisce un diario di bordo di queste esperienze così diverse. In questa varietà qual è il filo rosso che accomuna la cultura del mangiar bene?

Per prima cosa ritengo me stesso il filo rosso di tutte le esperienze che ho avuto modo di vivere e che ho raccontato nel libro ma di fili rossi ce ne sono molteplici bisogna allenarsi a notarli, lo può fare chiunque. Bisogna partire sempre dall’idea di viaggio ma quello vero che non prevede di essere accompagnati da una guida turistica, anche in questo caso il viaggio deve partire da una base culturale che ti consente di slegarti dal luogo comune e che ti porta a scoprire differenze ed analogie rispetto al tuo vissuto, ai tuoi usi e costumi.

Nel mondo degli chef tv sembra esserci una grande competizione, lo Chef Cannavaciulo ha detto di te che prima di parlare di stelle ne dovresti prenderne una…Cosa ne pensi di questo dissing tra cuochi?

Non me ne frega proprio niente, non mi piace alimentare questo tipo di discussioni che non sono critiche, non ho timore di chi può rubarmi il lavoro o vuole mettermi in difficoltà con inutile diatribe…ci sono cose molto più importanti per cui incazzarsi e battersi non credi?

Il tuo è un approccio alla vita piuttosto sfrontato…la tua passata carriera di rugbista ha influito nel temprare il tuo carattere?

Credo proprio di si, il rugby sicuramente mi ha insegnato la disciplina e lo scontro diretto perché ti mette difronte ai tuoi limiti e a quelli degli altri, ti fa capire che nessuno è totalmente invincibile.

La tua carriera televisiva è partita da Dmax una rete al maschile che propone un’offerta televisiva molto lontana dalle reti generaliste e che è cresciuta con te…quali sono le tue prossime sfide?

Si sono volto di Dmax da cinque anni ed ho gestito direttamente i contenuti dei miei programmi sono molto soddisfatto del lavoro svolto nel tempo e di come si sia evoluto con me,  nel futuro prossimo mi piacerebbe dedicarmi maggiormente alla regia è un universo nel quale mi sento a mio agio. Qualche anno fa ho fondato una società, la Tumaga, nome ispirato a Tumatuenga che era il dio della guerra nella cultura Maori, che attraverso le arti audiovisive e fotografiche sperimenta nuove idee creative volte alla promozione di nuove idee e talenti. Mi piace molto questo settore.

Come ultima domanda parafrasiamo sempre il titolo del nostro magazine e chiediamo come vede il “Domani” lo Chef Rubio quali sono le tue speranze e le tue paure?

Il Domani lo vedo nero ma credo alla fine che la luce, quando finalmente sorge, non lascia spazio ad altro quindi nutro una grande speranza nel futuro.

Simone Intermite

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