L’economia italiana è cresciuta poco negli ultimi vent’anni e sopratutto nell’ultimo decennio si sono fatti i conti con una finanza pubblica in profonda crisi. Lo sa bene Carlo Cottarelli l’economista convocato al Quirinale da Sergio Mattarella, dopo il primo tentativo di far nascere un governo M5S-Lega, ex commissario alla Spending Review, direttore dell’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani ed autore di un libro intitolato epigraficamente “I sette peccati capitali dell’economia italiana” edito da Feltrinelli editore, un testo agile e pragmatico che elenca con un linguaggio semplice ma rigoroso i sette grandi problemi che bloccano il nostro paese: l’evasione fiscale, la corruzione, la troppa burocrazia, la lentezza della giustizia, il crollo demografico, il divario tra Nord e Sud, la difficoltà a convivere con l’euro ponendo delle possibili soluzioni e cogliendo, dove possibile con grande realismo, i segnali di miglioramento per un futuro economico positivo.

Il suo ultimo libro si intitola “I sette peccati capitali dell’economia Italiana” oggi alla luce del nuovo governo nato in seguito alla sua chiamata al Quirinale quale “peccato” ha secondo lei la priorità e qual è invece quello più difficilmente arginabile?

Credo che la prima cosa da affrontare sia la riduzione della burocrazia italiana, mi rivolgo soprattutto alla realtà delle piccole e medie imprese, i moduli da compilare da soli hanno un peso di trenta miliardi di euro da aggiungere all’impegno che comporta una sottrazione di tempo che si potrebbe dedicare ad altri compiti ed alleggerire questo onere. Altro problema che non si può trascurare è la lotta alla corruzione, tema che già era molto presente nel programma di governo Lega-Cinquestelle e che credo abbia un importanza fondamentale.

A proposito di nuovo governo tra le nuove manovre economiche si sente parlare spesso di “Flat Tax” e di “Redditto di cittadinanza” Qual è il suo parere a riguardo rispettivamente a questi due temi?

Da economista posso dire che la Flat Tax ha un peso davvero elevato, anche nella versione più recente con due aliquote costa sui cinquanta miliardi, questo comporta un problema importante di finanziamento e di distribuzione del reddito perché si tagliano le tasse ai ricchi per penalizzare chi ha un reddito più basso. Tuttavia credo che la Flat Tax potrebbe essere un’occasione utile per eliminare o ridurre le detrazioni e riduzioni che esistono nel nostro codice fiscale, però di questo non si è parlato nel programma di governo che era stato presentato. Per quanto riguarda il reddito di cittadinanza tutti i paesi propongono un sussidio per chi è disoccupato, per chi non riesce a trovare un lavoro, ma il rischio concreto e che ciò si trasformi in un sussidio che incoraggia chi non ha la volontà di lavorare.

Recentemente si è parlato di un possibile referendum per uscire dalla moneta unica secondo lei è una scelta giusta o sbagliata?

L’italia dovrebbe rimanere nell’Euro. Uno dei sette peccati capitali di cui parlo nel libro è proprio quello legato alla difficoltà di convivere con la moneta unica e non perché siamo geneticamente incompatibili. Nei primi dieci anni abbiamo perso compatibilità con la Germania perché è stato mantenuto un tasso di inflazione troppo alto. Oggi credo che la situazione stia comunque migliorando, nel libro sostengo che correggere alcuni di questi peccati capitali potrebbe farci recuperare competitività rispetto agli altri paesi in maniera anche molto rapida. Pensare ad un referendum oggi sarebbe come scherzare con il fuoco, anche solo il nominare una scelta del genere nella prima bozza di governo ha causato un innalzamento dello spread, sarebbe molto difficile da gestire.

Durante il suo mandato da commissario alla Spending Review ha insistito molto sul tema della digitalizzazione della pubblica amministrazione con cui aveva stimato un risparmio di 1.6 miliardi…si è ritenuto soddisfatto di quel risultato? Oggi a che punto siamo con questo processo?

Non credo ci siano stati grossi progressi nell’organizzazione della pubblica amministrazione, alcuni servizi sono stati digitalizzati e c’è stato un cambiamento effettivo. Digitalizzando non bisogna dimenticare che non si risparmia soltanto carta, se prima c’era un ufficio che funzionava con cinque dipendenti oggi lo stesso lavoro può essere svolto da un paio di dipendenti proprio in virtù del fatto che molti servizi sono automatizzati. Questo cambiamento comporta un altro problema quello degli esuberi di personale che nel mio programma di revisione alla spesa pubblica di qualche tempo fa ho indicato con delle proposte che poi non è stato possibile sviluppare. La digitalizzazione richiede un cambiamento soprattutto dei processi e del modo in cui si lavora, cambiano gli step con cui interfacciarsi con nuovi supporti e documenti ma se il sistema della tassazione o quello legislativo è eccessivamente complicato, lo rimarrà lo stesso anche con l’ausilio del digitale.

Tirando le somme del suo incarico precedente di commissario alla Spending Review ha affermato di non essere riuscito a riformare il sistema pensionistico e recentemente si è dichiarato sfavorevole ad una probabile cancellazione della legge Fornero, questo è stato uno dei punti più dibattuti e poco apprezzati da molti…

Io credo che si possa fare di tutto, compresa la cancellazione della legge Fornero purché si trovino le coperture adatte in un quadro di risanamento complessivo dei conti pubblici. Ad oggi la cancellazione della legge Fornero in termini netti comporterebbe un costo che ammonterebbe ad una quindicina di miliardi l’anno per i prossimi anni, con questi presupposti credo sia molto difficile procedere ad una sua cancellazione. Anche chi aveva proposto un’ eventuale abbrogazione proponeva una misura diversa per sostituirla: i quindici miliardi potrebbero diventare otto miliardi netti, una cifra comunque considerevole con cui bisogna fare i conti e da cui non si può fuggire.

Lei oltre ad aver lavorato per Eni e la Banca d’Italia è stato il responsabile delle attività del Fondo Monetario Internazionale in 10 Paesi. Qual è il paese che potrebbe costituire per l’Italia un esempio di virtù?

Se andiamo indietro nel tempo penso al Belgio che nel ’94 aveva un debito pubblico anche molto più alto del nostro ed in soli quindici anni è riuscito ad abbatterlo con ben cinquanta punti percentuali, noi nello stesso periodo ne abbiamo abbattuti solo venti. Uscire dal debito pubblico si può ma è necessario attuare riforme per risparmiare. In un contesto di crescita queste azioni sono più facili, in una situazione di crisi, ovviamente, tutto è più difficile e ciò che non bisogna fare è quello di spendere quel poco che si ha così come è accaduto in italia alla fine degli anni novanta.

Ritornando al libro, si leggono delle ipotesi di intervento ottimistiche che potrebbero far rifiorire l’economia italiana…c’è ancora il rischio di ricadere in una crisi economica come il 2001?

Il rischio c’è, se noi non mettiamo apposto i nostri conti pubblici in tempo uno shock economico potrebbe far accadere una crescita tra debito pubblico e Pil facendo risalire nuovamente lo spread a cinquecento punti base…è ciò che non dovrebbe succedere.

Come ultima domanda parafrasiamo sempre il titolo del nostro magazine e chiediamo come vede il “Domani” il Prof. Carlo Cottarelli quali sono le tue speranze e le tue paure?

La mia più grande paura del Domani è quella di rischiare di non vedere percepiti tutti i rischi economici che possono esserci ad un passo da noi proseguendo come se non ci fosse un iceberg da evitare, ad oggi non si può andare avanti come se il cielo fosse sereno, è fondamentale prevenire.

Simone Intermite