Il sentiero dei figli orfani di Giovanni Capurso. Un ritorno al passato che parte da Emily Dickinson

“Il sentiero dei figli orfani” di Giovanni Capurso racconta le memorie di gioventù del protagonista Savino Chieco che, scosso dalla lettura della poesia “Il Passato” di Emily Dickinson, ricorda con nostalgia di un’estate fondamentale per la sua vita. «È una curiosa creatura il passato e a guardarlo in viso si può approdare all’estasi o alla disperazione», afferma la poetessa statunitense, e Savino prende queste parole alla lettera, emozionandosi al ricordo dei suoi anni felici e spensierati, e provando una fitta al cuore al pensiero della perdita dell’innocenza e della capacità di sognare. La sua mente torna a quell’estate in cui per la prima volta conosce la freddezza della morte e l’ansia del primo amore. La scomparsa della nonna paterna provoca in lui sentimenti contrastanti: il corpo è ancora lì composto nella bara, ma lei non c’è più, non parla più, non sente più. Savino va con la madre a rendere omaggio alla salma, e il superamento della soglia che porta alla camera dove riposa la defunta è una metafora del confine che di lì a poco il ragazzo oltrepasserà, quello tra la fanciullezza e l’adolescenza. Un momento traumatico, accelerato dall’evento tragico, che sconvolgerà le sue certezze, che porrà fine all’infanzia e lo proietterà verso l’età adulta.

L’innamoramento per Miriam sarà un altro tassello che comporrà il mosaico della metamorfosi del bambino Savino nell’adolescente Savino. Un amore acerbo, poco più che platonico, destinato a spegnersi in fretta e amaramente. Ma tanto basta a permettere al ragazzo di guardare al di là del suo piccolo paese, San Fele, e a sognare un’altra vita. L’incontro con Adamo non fa che accrescere il suo bisogno di libertà. Adamo è un personaggio ambiguo, solitario, senza patria; un uomo difficile da gestire e comprendere fino in fondo, con più ombre che luci, a detta dei paesani pettegoli. Savino imparerà da lui il coraggio di osare, di determinare il proprio destino, di vivere la vita come fosse un’avventura.

Questa amicizia improbabile tra un giovane “principiante della vita” e un consumato uomo di mondo è uno dei ricordi più belli del ragazzo, perché è collegato alla prima volta in cui comprende cos’è davvero la libertà. Quando però Savino cresce e riesce ad andare via dal suo paese, divenuto ormai troppo piccolo per lui, si rende conto di cosa ha lasciato davvero, e capisce che fuggire dalla sua terra era stato solo un modo di fuggire da sé stesso.