Il fascino indiscreto dello stop-motion da Tim Burton a Henry Selick

Nel 1933, con il film King Kong, il cinema Hollywoodiano usufruisce dell’appena arrivata tecnica del sonoro per creare nuovi effetti uditivi, ma in particolare si fa strada una vecchia metodologia di creazione delle immagini spettacolari: lo stop-motion.

Questa particolare modalità di animazione consiste nel fotografare un determinato oggetto inanimato, cambiandone la posizione foto dopo foto. In questo modo lo scorrimento veloce delle fotografie rende il suddetto oggetto come in movimento continuo che sembra quasi sembrare autonomo.
Una tecnica che risale a ben prima dell’invenzione del cinema stesso, infatti è proprio dal susseguirsi delle immagini fotografate che nasce la scena dinamica così come la conosciamo noi.

Con gli anni lo stop-motion cambiò e venne prima unito alla ripresa classica, poi perfino una tecnica singola che risulta utilizzata esclusivamente per scelta di regia.
Il film che forse la maggior parte delle persone, nonché anche bambini, ricordano è senza dubbio “The nightmare Before Christmas”, film diretto da Henry Selick, ideato e prodotto da Tim Burton del 1993.
Il simpatico, nonché grottesco ,cartone è il più classico esempio di attuazione di stop-motion che si possa conoscere. La storia dello scheletro Jack è un insieme di numerosi modelli costruiti movimento per movimento, espressione per espressione ed il tutto su una scenografia anch’essa in scala con i personaggi.
Non ci volle poco per creare un intero film con questa tecnica, come del resto non ce ne volle per creare il successivo film di Selick “Coraline e la porta magica” e quello di Burton “La sposa cadavere”.

La produzione di ognuno di questi film prendere a tutti i lavoratori più di un anno, occupando mesi per costruire tutti i modelli, ed altrettanti mesi per poter fotografare ogni dettaglio di movimento per rendere il risultato finale più fluido possibile.
Un lavoro certosino, molto lungo e che necessita di una incredibile pazienza che forse non da tutti risulta apprezzata.
La stessa questione della fotografia rende il tutto molto “scattoso”, a tratti quasi inquietante, per non parlare del fatto che i modelli sono tutt’altro che di lineamenti delicati come possono essere quelli di un cartone 3D della Disney.

Molti di voi ricorderanno in particolare “Wallace e Gromit – La maledizione del coniglio mannaro” o lo stesso “Coraline e la porta magica”, non solo per le loro trame grottesche, ma anche per l’angoscia che trasmettevano quelle immagini di modellini che sembrano di gomma (non a caso il cupo regista Tim Burton sembrava, negli anni 90’ fino al 2012 con “Frankenweenie”, di prediligerlo come stile di regia dei suoi cartoni animati).
Può addirittura esserci chi trova fastidiosa la tecnica, tanto da odiare qualsiasi film in stop-motion, ma del resto ci sono veri e propri amatori di essa che sono infelici del fatto che non ci siano molte pellicole di stop-motion in giro.

Una tecnica così complessa ha bisogno di un enorme tempo di lavorazione e numerosi creatori per poter portare a termine un progetto entro i termini stabiliti. Chissà se in futuro vedremo più film di questo tipo al cinema o se rimarrà uno stile di nicchia per pochi appassionati…

Serena Marletta