Diciannove anni dopo la sua uscita, Il diavolo veste Prada è ancora un cult. Non solo per le battute taglienti, gli outfit memorabili o il carisma glaciale di Meryl Streep, ma perché ha rappresentato un momento preciso della cultura pop: la stampa cartacea ancora dominante, il fashion system come sistema chiuso, le assistenti pronte a tutto in cambio di un biglietto per la sfilata di Marc Jacobs.
Ora che il sequel è ufficialmente in lavorazione, con Streep, Anne Hathaway, Emily Blunt e Stanley Tucci nuovamente sul set, la domanda è inevitabile: perché adesso? E cosa vuole dirci davvero The Devil Wears Prada 2?
Un sequel necessario o una mossa nostalgica?
Secondo le prime indiscrezioni, il film — diretto ancora una volta da David Frankel e scritto da Aline Brosh McKenna — racconterà di una Miranda Priestly che lotta per mantenere il potere in un mondo editoriale ormai dominato da logiche digitali. Il suo nuovo antagonista? Emily Charlton, ex assistente ora ai vertici di una potente casa di moda, che tiene le redini dei budget pubblicitari.
È una trama che potrebbe funzionare, almeno sulla carta. Ma è davvero possibile aggiornare l’archetipo di Miranda Priestly — ispirato dichiaratamente ad Anna Wintour — a un contesto in cui le influencer contano più dei direttori creativi e le redazioni sono quasi tutte state ridimensionate?
La sfilata delle icone
Le prime foto dal set raccontano molto. Streep in abiti couture rossi su un tappeto “ceruleo” (citazione diretta al primo film), Hathaway con valigie Fendi e abiti Gabriela Hearst realizzati da quaranta artigiani, Blunt trasformata in una figura magnetica dai capelli ramati. Tutto funziona. Ma è abbastanza?
In un panorama cinematografico dove la moda viene spesso raccontata attraverso serie come Emily in Paris o The New Look, e dove l’autorità verticale è stata sostituita dal culto della community, c’è il rischio che Il diavolo veste Prada 2 sia un’operazione di pura nostalgia. Un’elegante messa in scena di un’epoca che non tornerà più, raccontata con i codici di un mondo che — forse — non esiste più.
Il vero conflitto? Non è tra Miranda e Emily
La vera tensione narrativa potrebbe non essere quella dichiarata tra direttrice e ex assistente. Il vero scontro si gioca tra il passato e il presente, tra la figura della donna potente costruita sull’inaccessibilità e quella che oggi deve fare i conti con la trasparenza obbligatoria del digitale, i like, le collaborazioni, i dietro le quinte su TikTok.
Cosa succede quando un’icona del controllo perde il controllo sul proprio storytelling?
Un test per il sistema moda
Se il primo film è stato un’ode (e una critica) al culto dell’estetica, questo secondo capitolo potrebbe diventare un’analisi — più o meno consapevole — su cosa resta oggi dell’autorità nel mondo della moda. Il rischio, tuttavia, è che il film scelga la strada più facile: quella dell’omaggio visivo, dell’ironia controllata, del fan service.
Ma se Il diavolo veste Prada 2 saprà davvero guardare in faccia il cambiamento, allora potrebbe essere più che un sequel: un’ultima passerella per il potere editoriale come lo conoscevamo. E una riflessione elegante su chi detta oggi le regole del bello.
In un’epoca in cui tutti sono editori di se stessi, Miranda Priestly è ancora the one and only?




