Niente palco, niente pareti, nessuna distanza tra musica e paesaggio. La trentunesima edizione de I Suoni delle Dolomiti si apre in Val Nana con i Violoncellisti della Scala e il Coro SOSAT. Fino al 3 ottobre, un mese di concerti da raggiungere camminando tra vette, prati e rifugi del Trentino.
«Le Dolomiti. Sono pietre o sono nuvole? Sono vere oppure è un sogno?», si domandava Dino Buzzati. Forse è proprio in quella terra di confine tra materia e immaginazione che bisogna cercare il senso de I Suoni delle Dolomiti, il festival che da oltre trent’anni porta la musica là dove normalmente si ascoltano soprattutto il vento, i passi e il silenzio.
La trentunesima edizione, con la direzione artistica di Mario Brunello, si è aperta lunedì 24 agosto nel Pian della Nana, nel Parco Naturale Adamello Brenta. Circa duemila metri di altitudine, nessun teatro da raggiungere in automobile e una scenografia che sarebbe impossibile ricostruire artificialmente.
Violoncelli e voci nel cuore delle Dolomiti
A inaugurare il festival sono stati I Violoncellisti della Scala e il Coro della SOSAT, che proprio nel 2026 celebra cento anni di attività.
A Malga Tassulla, le voci della storica formazione trentina hanno incontrato gli archi dell’ensemble scaligero nel progetto Archi, Corde, In-canto, con gli arrangiamenti di Stefano Nanni.
Un accostamento che sulla carta potrebbe sembrare insolito e che, invece, racconta bene lo spirito della manifestazione: mescolare linguaggi, epoche e tradizioni lasciando che sia la montagna a fare da elemento comune.
Il Pian della Nana ha fatto il resto. Un altopiano di origine glaciale e carsica che si estende per chilometri, tra pascoli, rocce, doline e depressioni naturali. Un luogo dalle atmosfere quasi tibetane nel quale il concerto non sembra semplicemente svolgersi dentro il paesaggio: sembra appartenervi.
Ed è probabilmente questo il dettaglio che rende I Suoni delle Dolomiti qualcosa di diverso da una normale rassegna musicale all’aperto.
Qui arrivare al concerto fa parte del concerto.
Cento anni di canto alpino incontrano la Scala
Il Coro della SOSAT nasce nel 1926 all’interno della Sezione Operaia della SAT – Società degli Alpinisti Tridentini. In un secolo ha portato il canto alpino in circa duemila concerti in tutto il mondo, trasformando una tradizione profondamente territoriale in un linguaggio capace di oltrepassare i confini geografici.
Dall’altra parte ci sono I Violoncellisti della Scala – Alfredo Persichilli, Sandro Laffranchini, Martina Lopez Smuraglia, Gianluca Muzzolon, Simone Groppo, Beatrice Pomarico, Gabriele Garofano e Giovanni Inglese – ensemble nato nel 2003 all’interno della prestigiosa orchestra milanese.
Il loro repertorio non conosce molte barriere: può partire da Vivaldi e arrivare a Hendrix, attraversando musica classica, contemporanea e riletture inattese.
Nel Pian della Nana queste due storie si sono incontrate senza bisogno di sovrastrutture. Otto violoncelli, le voci del coro e, intorno, le Dolomiti.
Un festival che bisogna conquistare a piedi
Nato nel 1995 da un’intuizione di Paolo Manfrini, I Suoni delle Dolomiti conserva ancora oggi una scelta che, nell’epoca degli eventi sempre più grandi e spettacolari, appare quasi controcorrente.
La maggior parte dei concerti non si raggiunge semplicemente acquistando un biglietto e prendendo posto.
Bisogna camminare.
I luoghi scelti sono raggiungibili a piedi attraverso percorsi di differente difficoltà e i concerti sono gratuiti, con l’eccezione del Trekking dei Suoni. Una formula che trasforma lo spettatore in partecipante: prima della musica vengono il sentiero, il dislivello, l’attesa e l’incontro con chi sta percorrendo la stessa strada.
La sostenibilità, così, smette di essere soltanto una parola da inserire nel programma di un festival. Diventa parte della sua struttura.
Particolare attenzione viene inoltre riservata ai temi dell’accessibilità e dell’inclusione, mentre il rapporto tra cultura e ambiente rimane il centro di un progetto che coinvolge artisti internazionali e pubblico all’interno delle Dolomiti riconosciute dall’UNESCO Patrimonio Mondiale dell’Umanità.
Il prossimo concerto: uno Stradivari del 1718 tra le guglie del Brenta
Il viaggio prosegue venerdì 28 agosto alle 12, quando al Rifugio Tosa Pedrotti, sull’Altopiano della Paganella, arriverà Ilya Gringolts.
Il violinista russo, vincitore nel 1998 del Premio Paganini e allora il più giovane musicista ad aggiudicarselo, porterà in quota uno strumento dalla storia straordinaria: lo Stradivari “Ex-Prové” del 1718.
Gringolts ha collaborato con orchestre come la Filarmonica di Oslo, la Rotterdam Philharmonic, la BBC Symphony Orchestra e l’Orchestra Filarmonica della Scala. Il suo repertorio attraversa il barocco, la musica romantica e la contemporaneità, con una particolare attenzione alla prassi esecutiva storicamente informata.
Questa volta, però, la sala da concerto saranno le Dolomiti di Brenta.
E per ascoltarlo bisognerà guadagnarsi la platea.
Da Molveno è possibile salire in funivia fino a Pradel e proseguire lungo i sentieri che conducono al Rifugio Tosa Pedrotti: il percorso completo richiede circa quattro ore e trenta minuti di cammino, con 1.124 metri di dislivello. Non presenta particolari difficoltà tecniche, ma richiede una preparazione adeguata.
In caso di maltempo il concerto sarà recuperato 29 agosto, alla stessa ora e nello stesso luogo. Se le condizioni impedissero anche il recupero in quota, l’esibizione si sposterà alle 17.30 nella Sala Congressi di Molveno.
Fino al 3 ottobre, la musica senza un soffitto
La manifestazione continuerà fino al 3 ottobre, attraversando rifugi, vallate e scenari delle Dolomiti trentine.
Dopo trentuno edizioni, la forza de I Suoni delle Dolomiti sembra essere rimasta sorprendentemente semplice: non portare la montagna dentro uno spettacolo, ma portare lo spettacolo dentro la montagna senza provare a dominarla.
Non servono effetti speciali quando alle spalle degli artisti ci sono pareti dolomitiche. Non serve costruire una scenografia quando il pubblico ha appena percorso ore di sentiero per arrivarci.
E forse non serve nemmeno riempire ogni momento di suono.
Perché lassù, tra una nota e quella successiva, anche il silenzio ha finalmente qualcosa da dire.




