Per anni bastava guardare chi scendeva dai motoscafi davanti al Lido per capire dove stesse andando Hollywood. Venezia era diventata molto più di un festival europeo: era la porta d’ingresso della stagione degli Oscar, il luogo dove gli studios americani portavano i film destinati a occupare conversazioni, red carpet e premi per i mesi successivi. Quest’anno, alla vigilia dell’83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica, qualcosa appare diverso. Le star non sono scomparse – sono attesi George Clooney, Robert Pattinson, Penélope Cruz e altri grandi nomi – ma sono soprattutto le grandi produzioni degli studios hollywoodiani a essere meno presenti. E secondo il direttore della Mostra Alberto Barbera il problema non è Venezia: è Hollywood stessa, alle prese con una vera crisi d’identità.
Non significa che il cinema americano sia improvvisamente sparito. A Venezia arriveranno produzioni indipendenti importanti e film destinati a far parlare. Il dato interessante è un altro: Hollywood produce meno grandi film, costano sempre di più e gli studios sembrano avere sempre meno voglia di rischiare. Alcuni titoli attesi non sono stati completati in tempo, mentre per altri le major avrebbero preferito evitare il circuito dei festival. Una prudenza che racconta perfettamente il momento attraversato dall’industria americana.
Fare un film costa sempre di più. Sbagliarlo costa ancora di più
Il problema non nasce certo a Venezia. Negli ultimi anni Hollywood si è trovata schiacciata tra costi produttivi crescenti, trasformazione dello streaming, pubblico frammentato e difficoltà nel prevedere cosa diventerà davvero un successo. Il paradosso è evidente: un film spettacolare dovrebbe attirare più pubblico, ma per essere spettacolare richiede investimenti enormi; più cresce l’investimento, meno uno studio può permettersi di fallire. Il risultato è un’industria che dovrebbe vendere immaginazione ma che, economicamente, è sempre più incentivata a ridurre l’imprevisto.
Il box office americano continua a produrre numeri importanti, ma una quota enorme degli incassi è concentrata in pochissimi blockbuster. Non è necessariamente la fotografia di un cinema morente. È piuttosto quella di un’industria diventata dipendente da un numero ristretto di successi giganteschi. Ed è qui che sequel, remake, universi narrativi e proprietà intellettuali già conosciute diventano irresistibili. Se bisogna investire centinaia di milioni, perché rischiarli su qualcosa che il pubblico non conosce quando si può partire da un titolo, un personaggio o un franchise che possiede già milioni di potenziali spettatori?
Venezia mostra quello che Hollywood non riesce più a nascondere
La Mostra offre così involontariamente una radiografia dell’industria. La presenza delle major appare meno dominante, mentre acquistano maggiore spazio cinema indipendente, produzioni internazionali e opere che affrontano direttamente la realtà contemporanea. Il programma guarda a guerre, immigrazione, crisi climatica, politica e instabilità delle democrazie. È quasi un ribaltamento simbolico: mentre una parte della grande industria americana sembra cercare sicurezza nel riconoscibile, una parte del cinema internazionale torna a cercare il presente.
Anche alcuni dei titoli più discussi sembrano confermare questa direzione. Il cinema vuole tornare a interrogarsi sul potere, sui media, sulla tecnologia e sulle persone che stanno modificando il nostro immaginario. Non esattamente la rassicurante formula del franchise che ripropone personaggi conosciuti per la quarta o quinta volta.
Poi è arrivata l’intelligenza artificiale
Come se streaming, costi e crisi del modello tradizionale non fossero sufficienti, Hollywood deve affrontare contemporaneamente una trasformazione ancora più radicale: l’intelligenza artificiale. L’AI viene già utilizzata in alcune fasi della produzione e potrebbe ridurre drasticamente i costi di determinati processi, dagli effetti visivi alla pre-produzione. Ma il suo impatto futuro potrebbe essere molto più profondo.
La domanda diventa quasi filosofica: quanto deve costare creare un’immagine quando una macchina può generarne una in pochi secondi? E quanto vale un film quando compete non soltanto con altri film, ma con qualsiasi contenuto presente su uno smartphone?
Perché il vero concorrente di Hollywood potrebbe non essere più Netflix. Potrebbe essere tutto il resto.
YouTube, TikTok, podcast, videogiochi, streaming e creator indipendenti combattono per conquistare la stessa risorsa che per decenni il cinema ha dato quasi per scontata: il nostro tempo. Il cinema non deve più convincerci soltanto a scegliere quale film guardare. Deve convincerci a guardare un film invece di centinaia di altre cose che possiamo fare senza nemmeno alzarci dal divano.
Hollywood non è morta. Ma il vecchio sistema potrebbe esserlo
Sarebbe troppo semplice trasformare tutto questo nell’ennesimo funerale del cinema. Hollywood continua a produrre enormi successi, Venezia rimane uno degli appuntamenti cinematografici più influenti al mondo e i grandi film americani continuano a dominare una parte consistente dell’immaginario globale. Ma la crisi sembra riguardare qualcosa di più profondo degli incassi.
Riguarda l’identità.
Per decenni Hollywood sapeva perfettamente cosa fosse: la fabbrica dell’immaginario popolare mondiale. Oggi quella fabbrica deve convivere con piattaforme globali, creator indipendenti, videogiochi, algoritmi e intelligenza artificiale. Deve spendere abbastanza da rendere un film spettacolare, ma non così tanto da trasformare ogni insuccesso in un disastro finanziario. Deve inseguire i giovani senza perdere il pubblico adulto. Deve produrre franchise rassicuranti e contemporaneamente convincerci di essere ancora capace di sorprenderci.
Ed è forse per questo che la minore presenza della Hollywood tradizionale può diventare una delle presenze più interessanti di Venezia 83. Sul Lido arriveranno comunque le star, i fotografi aspetteranno davanti agli hotel e gli abiti continueranno a conquistare i social. Ma dietro il rituale scintillante del Festival rimane una domanda molto meno glamour: se Hollywood non è più il luogo che decide da solo cosa guarderà il mondo, cosa vuole diventare adesso?




