Halloween in lockdown: perché riguardare “The Witch” del regista Robert Eggers può essere un’ottima spaventosa idea

L’Halloween di quest’anno sarà molto diverso da quelli che siamo abituati a festeggiare ogni 31 ottobre. Il nuovo Dpcm, in vigore dal 26 ottobre fino al 24 novembre, vieta feste, assembramenti e anche la possibilità di fare il tradizionale truck or treat per le vie del proprio paese o città. L’unica possibilità di passare questo strano Halloween è quella di guardare, davanti al proprio pc o televisione, un bel film. Spulciando gli archivi cinematografici, abbiamo così deciso di consigliare un lungometraggio per passare la famosa notte delle streghe.

Nella storia del cinema sono innumerevoli le pellicole che hanno raccontato storie di esseri paranormali (streghe, mostri, vampiri…), figure leggendarie che affascinano gli spettatori fin dall’infanzia. Nella vita di ogni individuo il fantastico ha sempre avuto un suo ruolo, ma molti tendono a dimenticare che ciò che deriva dalla fantasia non è altro che la trasposizione di un elemento esistente nella vita reale. La fantasia deriva dalla realtà e senza di essa non potrebbe esistere. La leggenda della strega, spesso antagonista nei racconti sia letterari che cinematografici, non è pura invenzione della mente umana, ma deriva da un particolare momento storico in cui essa divenne il capo espiatorio alla quale addossare colpe su eventi ritenuti inspiegabili. Sebbene questa figura è spesso ricondotta all’età medievale, in realtà essa ricopre un ruolo predominante nell’età moderna, più precisamente tra il 1500 e il 1600, attraverso il fenomeno della witchmadness (fobia della strega) che causò la sanguinolenta caccia alle streghe in tutto il mondo.

The Witch è la prima pellicola del regista e sceneggiatore Robert Eggers, applaudita dalla critica nel 2015 al Sundance Film Festival in cui gli venne conferito il premio alla miglior regia. Un film che, lanciato nell’anno successivo, ebbe un cospicuo responso commerciale per l’ente di distribuzione A24.

La storia è ambientata negli anni Trenta del diciassettesimo secolo e segue le vicende di una famiglia di puritani americani. Il padre William, personaggio dispotico e severo, sfocia in un fanatismo religioso che lo porta ad essere esiliato dalla propria comunità. Lasciando per sempre “il mondo civilizzato”, la famiglia tenta di ricostruire un nuovo microcosmo in una fattoria ai margini della foresta. Subito dopo il trasferimento, il piccolo nucleo familiare comincia a vivere fenomeni paranormali che iniziano con la sparizione del neonato, avvenuta sotto gli occhi sgomenti della figlia maggiore Thomasin (Anya Taylor-Joy). Dall’inspiegabile scomparsa dell’infante si crea una reazione a catena di eventi che porteranno la famiglia all’auto annientamento.

Una pellicola che si muove attraverso sia atmosfere surreali che realiste per la ricostruzione storica della messa in scena. Il contrasto è creato dai due elementi: la piccola fattoria che rappresenta il mondo conosciuto e la foresta in cui regna l’enigma e la paura. Un’ambientazione ripresa dalla letteratura e in particolare dalla fiabe dei Grimm, l’opera che nell’Ottocento si face portavoce del paradigma romantico dell’interpretazione storica della stregoneria.

Come nei migliori film del genere thriller-horror, il non-visibile e l’incomprensibile assumono un ruolo fondamentale. Eggers non ci dà risposte dirette, ma preferisce dare degli indizi allo spettatore. Una regia che, in maniera limpida, mette in scena alcuni aspetti chiave per la comprensione del film tra i quali il contesto religioso della famiglia, governato da un padre autoritario che si pone al posto di Dio; un Dio punitivo di matrice puritana che nega il libero arbitrio e la sessualità. Quest’ultimo elemento ritorna chiaramente nell’atteggiamento della madre che guarda con disprezzo e paura il periodo adolescenziale della figlia maggiore, vittima preferita delle sue cattiverie. Insieme al disprezzo per il mutamento del corpo della figlia, la figura della strega diventa emblema della sessualità sfrenata e del peccato originale.

Il punto di forza della pellicola non risiede nell’intreccio, molto lineare, ma piuttosto nella messa inscena che immerge lo spettatore nell’atmosfera del film, nell’inquietante colonna sonora di Mark Korven, nei costumi di Linda Muir e nella fotografia ad illuminazione naturale di Jarin Blanschke.

Un film che appartiene al genere horror che in Occidente, purtroppo, spesso sacrifica la valenza artistica e punta l’occhio verso un intrattenimento cinematografico che si basa su cliché ed effetti di regia ripetutamente abusati (il mokumentary e il jump scarse). The Witch si distingue nel panorama del genere come una soluzione matura e completa che sintetizza l’atmosfere del film e un’accurata ricerca storica, derivante dalla studio degli atti giudiziari del processo da cui la pellicola è tratta.

Maria Del Vecchio