Ci sono date che non si limitano a tornare: pretendono presenza. La Giornata della Memoria non è un passaggio di calendario, ma una domanda aperta sul nostro tempo. Perché il passato, quando lo si riduce a un rituale, smette di insegnare. E quando smette di insegnare, diventa fragile: manipolabile, addomesticabile, persino negabile.
La memoria come lavoro vivo: il progetto delle voci partigiane
Nel corso dell’intervista, Lerner ha raccontato il cuore di un lavoro che ha assunto negli anni la forma di un impegno civile continuativo: il progetto Noi Partigiani, realizzato insieme alla coautrice Laura Gnocchi. Non un’operazione di archivio fine a se stessa, ma una scelta precisa: raccogliere e restituire le voci della Resistenza italiana in senso ampio, includendo storie spesso rimaste ai margini dei racconti ufficiali.
Non solo i volti più noti, non solo la narrazione eroica e lineare. Ma anche le staffette — troppo spesso non riconosciute come protagoniste essenziali — e quei ragazzi che, in un’Italia occupata e spezzata, scelsero di opporsi anche senza “salire in montagna”, diffondendo propaganda, proteggendo persone, sostenendo reti clandestine, rischiando comunque tutto. È lì che la memoria si fa concreta: quando mostra che la storia non è fatta soltanto di grandi nomi, ma di scelte individuali, quotidiane, spesso invisibili.
«Posso dirti che operare per preservare la memoria è il lavoro più emozionante che sto realizzando in questi anni che deve molto alla mia coautrice Laura Gnocchi. Non si tratta solo di un libro ma di un progetto di raccolta delle voci partigiane italiane intese nel senso più largo possibile: dalle staffette non riconosciute come protagoniste essenziali della resistenza ai ragazzi che al tempo diffondevano la propaganda senza recarsi in montagna. Abbiamo raccolto seicento testimonianze di chi ha raccontato le coraggiose scelte della propria gioventù costituendo su noipartigiani.it un monumento digitale che racconta come un adolescente poteva fare una scelta di vera rivolta. Credo sia un lavoro necessario a costruire una consapevolezza utile al tempo presente perché il razzismo ed il suprematismo fascista si propone in forme sempre nuove e come una pianta infestante viaggia in giro per il mondo e attecchisce soprattutto sull’asfalto dove non c’è l’acqua e il nutrimento della cultura».
In queste parole c’è un punto decisivo: la memoria non è “una cosa” che si possiede, ma un’azione che si compie. Richiede metodo, cura, ascolto. Richiede anche un’idea di futuro: se non serve a costruire consapevolezza nel presente, si spegne. È per questo che Lerner definisce quel lavoro “emozionante” e, insieme, “necessario”. Perché la memoria, quando è autentica, non consola: avverte.
Un monumento digitale: quando la testimonianza diventa responsabilità
Le seicento testimonianze raccolte — una cifra che non è un numero, ma un coro — disegnano una mappa morale: ci ricordano che la Resistenza non fu un blocco unico, ma un insieme di scelte, paure, coraggi, contraddizioni, slanci. Ed è proprio questo a renderla contemporanea: perché restituisce l’idea che la storia non sia mai “già decisa”, ma dipenda anche da chi, in un determinato momento, decide di non voltarsi dall’altra parte.
La forza di un monumento digitale sta nel suo essere accessibile, attraversabile, consultabile: una memoria che non resta chiusa nelle commemorazioni istituzionali, ma entra nelle case, nelle scuole, nelle conversazioni. Una memoria che può parlare ai più giovani non con il tono del rimprovero, ma con il linguaggio dell’esempio. E soprattutto con una verità che spiazza: anche un adolescente, in tempi disumani, può compiere una scelta di vera rivolta.
Questa è forse la lezione più urgente della Giornata della Memoria: non esiste un’età “troppo piccola” per la responsabilità. Esiste solo la necessità di strumenti — parole, letture, cultura — che rendano possibile riconoscere l’ingiustizia quando si presenta.
Il presente non è immune: razzismo e suprematismo cambiano pelle
Lerner, nel Salotto di Domanipress, tocca un nervo scoperto: il ritorno di forme di razzismo e suprematismo che non si manifestano sempre con gli stessi simboli del passato, ma ne riproducono la logica. Non arrivano necessariamente urlando, spesso si presentano come “buonsenso”, come “difesa”, come “ordine”. E proprio per questo possono essere più insidiosi: perché cercano legittimazione nella quotidianità.
L’immagine della “pianta infestante” è potente perché descrive un fenomeno che viaggia, attecchisce, si adatta. E indica anche la condizione che lo rende possibile: i luoghi dove manca libertà e dove manca cultura. L’asfalto, dice Lerner: una superficie dura, impermeabile, che non trattiene acqua. Tradotto: un terreno sociale dove non circolano più strumenti di comprensione, dove la complessità viene sostituita da slogan, dove l’empatia viene derisa come debolezza.
La Memoria, allora, è anche una forma di manutenzione democratica: non serve a evocare fantasmi, ma a impedire che le condizioni che li hanno generati tornino a essere “normali”. Perché la storia non si ripete mai identica, ma spesso ripropone gli stessi meccanismi con un lessico aggiornato.
Il dovere del racconto: perchè è importante scegliere di ascoltare
In un tempo di accelerazione e distrazione, la memoria rischia di diventare un contenuto tra i contenuti. Ma un giornalismo che voglia ancora essere utile non può limitarsi a registrare: deve prendersi carico del racconto. E prendersi carico significa dare spazio alle voci, alle storie, alle domande scomode..
Oggi, nella Giornata della Memoria, la domanda non è solo “cosa è stato”, ma “cosa facciamo con ciò che sappiamo”. E forse la risposta è tutta qui: custodire le voci significa difendere il presente. E difendere il presente significa non cedere all’abitudine dell’indifferenza.
Link e video
Intervista completa su Domanipress: Video intervista – Gad Lerner: “Il razzismo e il suprematismo attecchiscono dove manca libertà e cultura”




