Giorgio Vanni, il supereroe che non invecchia mai: la nostra infanzia canta ancora con lui. La confessione a Domanipress: «Finché sogniamo insieme, il tempo non passa»

C’è una certezza granitica nella cultura pop italiana: se parte una sigla dei cartoni animati, prima o poi spunta la voce di Giorgio Vanni. Succede alle feste, succede nei palazzetti, succede persino per strada quando parte una playlist nostalgica dallo smartphone di qualcuno. Non importa se sei cresciuto negli anni Novanta davanti a Italia 1 o se hai scoperto Pokémon su YouTube ieri pomeriggio: quel timbro solare, diretto, combattivo ti prende per mano e ti riporta immediatamente a casa, in quel pomeriggio infinito fatto di merenda, cartoni e zero responsabilità.

Non è semplicemente il cantante delle sigle. È un fenomeno generazionale trasversale, uno di quei rarissimi casi in cui un artista riesce a trasformare la nostalgia in presente continuo senza mai risultare finto o costruito. Ai suoi concerti non trovi solo trentenni commossi con gli occhi lucidi: trovi famiglie intere, bambini sulle spalle dei genitori, ragazzi che urlano “Siamo fatti così” come fosse un inno punk, adulti che sorridono senza ironia e senza vergogna. Perché qui l’ironia non serve, e soprattutto non funziona.

Negli ultimi anni, mentre il revival anni ’90 è diventato una strategia di marketing buona per qualsiasi operazione commerciale, Vanni ha continuato a fare quello che ha sempre fatto: cantare come se ogni palco fosse il primo, come se ogni pubblico fosse nuovo, come se ogni concerto fosse un piccolo evento da onorare fino in fondo. Nessun distacco, nessuna posa vintage, nessuna caricatura di se stesso. Solo energia pura, chitarre dritte, cori da stadio e quella sensazione precisa e riconoscibile: per tre minuti torni invincibile, come quando da bambino credevi davvero che il bene vincesse sempre.

Il segreto, probabilmente, sta nel fatto che le sue canzoni non parlavano solo ai bambini. Parlavano di amicizia, di squadra, di lotta, di identità, di cadute e di riscatti. Erano sigle, certo, ma anche piccoli manifesti emotivi travestiti da canzoni per l’infanzia. Oggi le riascolti con orecchie adulte e capisci perché funzionano ancora così bene: non erano infantili, erano sincere, dirette, pulite, e soprattutto non prendevano mai in giro chi le ascoltava.

Non stupisce allora che Giorgio Vanni continui il suo tour permanente nella memoria collettiva italiana senza bisogno di reinventarsi. Quando hai accompagnato intere generazioni nel momento più fragile e felice della vita, l’infanzia, non devi cambiare pelle né rincorrere il tempo che passa: devi solo continuare a cantare, restando fedele a ciò che sei sempre stato.

«L’empatia che c’è tra me e il pubblico è veramente molto spontanea e questo rapporto speciale è maturato, cresce sempre di più ed io ne sono onorato. Mi chiamano “Capitano” e io non posso che restituire tutto l’amore, l’affetto e l’energia che mi regala il pubblico. In questi anni ci siamo migliorati. Max dirige un po’ tutto quello che è il lato tecnico e spettacolare, pondera le luci e le grafiche che devono essere sempre al top, ed io cerco di allenare al meglio la voce ed il fisico per poter essere sempre in forma».

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E noi, puntualmente, continuiamo a cantare con lui, a voce altissima, senza riserve e senza cinismo, come se domani ci aspettasse ancora un cartone alle quattro e il mondo potesse davvero essere salvato in tre minuti di sigla.

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