Il cinema si prepara a raccontare la vita di Giorgio Armani, icona assoluta della moda mondiale, ma il progetto è già al centro di una discussione che va oltre lo schermo. Il biopic dedicato allo stilista, diretto dal regista premio Oscar Bobby Moresco e prodotto da Andrea Iervolino, è ufficialmente in lavorazione e potrebbe arrivare nelle sale nei prossimi due anni. A far discutere, però, non è la portata del film quanto una scelta simbolicamente delicata: le riprese non si svolgeranno in Italia, bensì in Ungheria.
Una decisione che ha acceso il dibattito, soprattutto considerando che il film racconterà l’ascesa di uno dei più grandi interpreti dell’eleganza italiana. A spiegare le ragioni della scelta è stata la produzione, che ha parlato di una valutazione approfondita del piano di investimenti e del contesto produttivo nazionale. Secondo quanto riferito, non si tratta di una bocciatura del talento italiano, ma di una conseguenza dell’incertezza amministrativa e dei ritardi strutturali che, negli ultimi anni, avrebbero reso l’Italia meno attrattiva per i grandi investitori internazionali.
Una fonte vicina alla produzione ha sottolineato come alcune importanti banche statunitensi non considerino più finanziabili progetti cinematografici con base italiana, citando imprevedibilità normativa e disparità di trattamento come elementi che minano la fiducia del sistema.
Andrea Iervolino, dal canto suo, ha voluto ribadire il legame profondo con il Paese: «Sono profondamente innamorato dell’Italia e dell’identità italiana. Continuerò a sviluppare progetti dedicati alle grandi icone del nostro Paese. Anche se, in questo momento, questi film non saranno girati in Italia, continuerò a raccontare l’Italia al mondo, producendo all’estero».
Il film, dal titolo provvisorio Armani – The King of Fashion, è scritto da Bobby Moresco insieme alla figlia Amanda e ripercorrerà l’evoluzione personale e professionale dello stilista, scomparso lo scorso settembre all’età di 91 anni. Un racconto cinematografico ambizioso, destinato a celebrare un’eredità culturale e stilistica che ha fatto dell’Italia un marchio globale.
Resta però una domanda sospesa, che va oltre il set: com’è possibile che la storia di uno dei più grandi simboli del made in Italy debba essere raccontata lontano dall’Italia? Una polemica che, forse, dice molto anche del presente.




