Al Festival di Sanremo 2026 la musica lascia spazio anche alla coscienza civile. Tra gli ospiti più significativi di questa edizione c’è Gino Cecchettin, protagonista di un incontro intenso e necessario nel Salotto di Domanipress, dove ha affrontato il tema della violenza sulle donne e del cambiamento culturale urgente che il nostro Paese deve compiere.
Negli ultimi mesi, una parola è entrata con forza nel linguaggio quotidiano: femminicidio. Non più termine distante o confinato alle cronache, ma realtà che interpella coscienze, istituzioni e nuove generazioni.
Guarda l’intervista completa nel Salotto di Domanipress
«Sì, è successo qualcosa. I fatti di cronaca purtroppo non sono nuovi, ma in questo caso la parola “femminicidio” ha superato la soglia dell’indifferenza. È entrata nei discorsi, nelle scuole, persino nei progetti di legge. Non è la prima volta che se ne parla, è vero. Ma oggi se ne parla con più coscienza. Abbiamo dato forza a un percorso che esisteva, ma che aveva bisogno di essere rafforzato, sostenuto da esempi concreti e da un linguaggio nuovo.»
Il suo libro e progetto civile “Cara Giulia” non è soltanto memoria, ma un appello collettivo.
«È rivolto a tutti. Ma soprattutto ai padri, ai ragazzi, agli educatori. A chi pensa che l’amore sia possesso. A chi ha confuso il controllo con la cura. È una lettera, ma anche un grido silenzioso. Un modo per dire: fermiamoci. Guardiamo in faccia ciò che siamo diventati. E cambiamolo.»
Nel suo intervento emerge con forza il passaggio da spettatore distante a testimone attivo.
«Succede quando capisci che nessuno è davvero al sicuro. Io credevo che certe tragedie accadessero agli altri. Oggi so che non esiste un “altro”. E allora bisogna agire. Non possiamo limitarci a leggere e dimenticare. La sensibilizzazione è fondamentale, a ogni età e in ogni contesto. Ma il vero cambiamento arriverà solo se inizieremo a educare le nuove generazioni a un altro tipo di relazione, senza possesso, sessismo o prevaricazione. Relazioni sane, rispettose. Questo è il cuore della nostra Fondazione.»
A Sanremo, tra luci e applausi, il suo messaggio risuona come una richiesta di responsabilità collettiva: la lotta al femminicidio non è un’emergenza temporanea, ma una rivoluzione culturale che riguarda tutti.




