“Chi smette di imparare è vecchio, che abbia venti o ottant’anni”. L’aforisma attribuito a Henry Ford sembra scritto apposta per il caso di Federica Panicucci, che a 58 anni ha festeggiato la laurea in Scienze e Tecniche Psicologiche. La conduttrice di Mattino Cinque ha raccontato sui social un percorso fatto di studio, disciplina, curiosità e desiderio, trasformando un traguardo personale in una notizia capace di parlare a molti.
Il punto, però, non è soltanto la corona d’alloro di una donna famosa. Il punto è ciò che quella corona racconta in un Paese dove spesso lo studio viene trattato come una fase della vita e non come una possibilità permanente. In Italia ci si aspetta che una persona studi da giovane, lavori da adulta e poi smetta di rimettersi in discussione. Chi torna sui libri dopo i quaranta o i cinquanta anni viene ancora guardato con stupore, come se cercare una laurea in età matura fosse un vezzo, una stranezza o, peggio, un capriccio.
È qui che il caso Panicucci diventa interessante. Perché una donna con una carriera già solida, visibilità televisiva e una posizione professionale riconosciuta non aveva bisogno di una laurea per legittimarsi. E proprio per questo il gesto vale di più: studiare non serve solo a ottenere un lavoro, ma anche a crescere, capire, aggiornarsi e restare vivi dentro il proprio tempo.
L’Italia che studia meno degli altri
La retorica del “non è mai troppo tardi” è affascinante, ma i numeri raccontano una realtà meno romantica. L’Italia continua a essere uno dei Paesi europei con una quota relativamente bassa di laureati e con una partecipazione alla formazione continua inferiore rispetto a molte altre nazioni occidentali.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Da una parte aziende che lamentano la mancanza di competenze aggiornate, dall’altra persone che faticano a trovare il tempo, le risorse economiche o la motivazione per tornare a studiare. Eppure viviamo nell’epoca in cui le professioni cambiano più velocemente che mai. L’intelligenza artificiale, la digitalizzazione e le nuove tecnologie stanno trasformando interi settori produttivi.
Continuare a pensare che la formazione finisca a venticinque anni significa restare ancorati a un modello che appartiene al Novecento. Oggi imparare è una necessità, non un lusso.
Perché chi studia da adulto viene ancora giudicato
Uno degli aspetti più curiosi della vicenda riguarda le reazioni che spesso accompagnano queste notizie. Quando un giovane si laurea riceve complimenti. Quando una persona di cinquanta o sessant’anni consegue lo stesso titolo, scatta spesso una domanda implicita: “Ma a cosa serve?”.
È una forma di pregiudizio culturale molto italiana. Come se l’apprendimento dovesse avere esclusivamente uno scopo economico immediato. Come se leggere, approfondire, acquisire nuove competenze o semplicemente soddisfare una curiosità intellettuale non fosse già una ragione sufficiente.
La laurea viene ancora percepita come un lasciapassare per il lavoro e non come uno strumento di crescita personale. Eppure le università nascono proprio come luoghi di conoscenza prima ancora che come fabbriche di professionisti.
Da Emma Watson ad Arnold Schwarzenegger: i famosi che non hanno smesso di imparare
Quello di Federica Panicucci non è un caso isolato. Molti personaggi famosi hanno scelto di continuare gli studi nonostante il successo professionale.
Emma Watson, già celebre in tutto il mondo grazie alla saga di Harry Potter, ha completato la propria formazione universitaria alla Brown University. Arnold Schwarzenegger ha concluso gli studi mentre la sua carriera era già avviata. Mayim Bialik, attrice nota per The Big Bang Theory, ha costruito un percorso accademico nelle neuroscienze diventando un esempio di come spettacolo e cultura possano convivere.
Anche in Italia esistono storie simili, sebbene ricevano meno attenzione mediatica. Sono esempi che dimostrano come il successo non sostituisca il desiderio di conoscere. Anzi, spesso lo alimenta.
La critica che bisogna fare davvero
Esiste però una critica più interessante di quelle lette sui social. Non riguarda Federica Panicucci, ma il sistema. Laurearsi da adulti richiede tempo, organizzazione e spesso disponibilità economiche che non tutti possiedono.
Per questo sarebbe sbagliato trasformare queste storie in favole motivazionali. Non basta dire “volere è potere”. Molte persone lavorano tutto il giorno, hanno figli, mutui, responsabilità familiari e poche opportunità concrete per rimettersi a studiare.
La vera domanda dovrebbe essere un’altra: perché il sistema universitario italiano non è ancora abbastanza flessibile per favorire davvero la formazione permanente? Perché chi decide di tornare sui libri deve spesso affrontare ostacoli burocratici, economici e organizzativi che scoraggiano anche i più motivati?
La sfida non è celebrare chi ce l’ha fatta. La sfida è permettere a più persone di provarci.
La vera lezione della laurea di Federica Panicucci
Dietro la foto con la corona d’alloro, il tailleur bianco e i festeggiamenti milanesi c’è qualcosa di più profondo di una semplice notizia di costume. C’è il rifiuto di considerare concluso il proprio percorso di crescita.
In una società ossessionata dalla velocità e dai risultati immediati, dedicare anni allo studio richiede ancora disciplina, pazienza e determinazione. Qualità che spesso vengono celebrate meno del talento ma che, alla lunga, fanno la differenza.
Per questo è difficile non stare dalla parte di chi decide di studiare. Sempre. Di chi prende una laurea a vent’anni, ma anche di chi la conquista a cinquanta o sessanta. Di chi sceglie di non arrendersi all’idea che sia troppo tardi.
La laurea di Federica Panicucci non risolverà i problemi della formazione in Italia. Ma ha il merito di ricordare una verità che troppo spesso dimentichiamo: l’età può limitare molte cose, ma non la curiosità. E una società che smette di imparare è una società che smette di crescere.





