Fashion Week: Virgil Abloh per Louis Vuitton, innovatore della passerella ai tempi del Covid, è tutto ciò di cui avevamo bisogno per prefigurare una nuova normalità

Tra tutte le cose che il covid ci ha tolto, purtroppo o per fortuna ci sono le sfilate di moda nella loro accezione tradizionale. Per quanto un fashion show vecchio stile riesca sempre a portare a casa il risultato, gli sconvolgimenti causati dalla pandemia in termini di fruizione dello spazio e mantenimento delle distanze hanno obbligato il mondo della moda a fare un passo in avanti e riconoscere che è il momento di superare il vecchio schema del défilé di modelle apatiche e irrigidite.

Che questo superamento sia stato sancito una volta per tutte da Virgil Abloh sinceramente non è affatto una sorpresa: era già chiaro a tutti che fosse un innovatore, ma con la presentazione della collezione maschile Autunno-Inverno 2021 di Louis Vuitton ha decisamente provato di essere il game changer di cui avevamo bisogno.

La maison francese ha deciso di battezzare la nuova collezione maschile con un cortometraggio dal titolo Peculiar Contrast, Perfect Light, nel quale sono rappresentati ed esorcizzati i tasti più o meno dolenti del funesto 2020 con l’obiettivo di prefigurare la nuova normalità cui stiamo andando incontro. Il corto è una perfetta sintesi fra performative art, videoclip musicale e sfilata tradizionale ed è forse il miglior risultato, per messa in scena e contenuti, raggiunto dal panorama della moda nell’era post covid (battuto solamente dal corto di Saint Laurent “No matter how long the night is”, che è oggettivamente un capolavoro sotto ogni singolo punto di vista).

Il punto di partenza della riflessione di Abloh è stato dichiaratamente il saggio “Stranger in the Village” (1953) dell’ancora troppo poco noto scrittore afroamericano James Baldwin, in cui egli racconta della propria esperienza di vita vissuta come uomo di colore e omosessuale nel piccolo villaggio di Leukerbad, tra le Alpi svizzere. Ecco che dunque il cortometraggio si apre con la visione incantata e sospesa di un paesaggio di montagna innevato, da cui emerge il rapper-poeta Saul Williams, che cammina determinato tenendo in mano una valigetta da viaggio in metallo ricoperta dal logo LV. Con questo dettaglio non solo vengono rispolverate le origini di Louis  Vuitton come brand du voyage per eccellenza in maniera moderna, ma lo spettatore viene introdotto al luogo dove avverrà la performance vera e propria.

Si tratta di un luogo a prima vista asettico, che ricorda non a caso l’area d’attesa di un aeroporto, il luogo per eccellenza del viaggio, che tra l’altro da banalità che era, oggi è invece un lusso che non ci possiamo più permettere . Qui iniziano a sfilare i modelli della collezione, indossati da personaggi tra loro diversi ma anche provocatoriamente simili – tra cui c’è Kai-Isaiah Jamal, primo modello nero e transgender a sfilare per Vuitton – che incarnano quelli che per Abloh sono gli archetipi dell’umanità contemporanea: l’artista, il vagabondo, il venditore e l’architetto.

Questo è l’epicentro della riflessione di Abloh, che permea tutta la sfilata: reinventare gli archetipi e trovare nuovi modi per rappresentarli è una missione che la moda può compiere, specie la moda maschile che per troppo tempo ha ristagnato nella riproposizione degli stessi modelli.

In seno a questa narrazione si sviluppano le forme e i volumi degli abiti della nuova collezione, che non scardinano ciò che è classico ma lo accompagnano a scelte più audaci. Ai completi giacca/pantalone e agli elegantissimi soprabiti si alternano tessuti metallici interamente logati e felpe con le scritte create dall’artista Lawrence Weiner. Tra queste si legge la provocatoria affermazione you can tell a book by its cover (si può giudicare un libro dalla copertina). Abloh decide dunque di rispondere all’annosa domanda “l’abito fa il monaco?”: sì, certamente, altrimenti non sapremmo nemmeno che si tratta di un monaco. Perché il punto non è più evitare di giudicare un libro dalla copertina, il punto è imparare ad esercitare un giudizio che si basi su presupposti più equi e moralmente migliori, sia quando si tratta di abiti che del colore della pelle. Abloh affronta qui con grandissima grazia il tema iper-contemporaneo del black lives matter, da uomo di colore egli stesso, celebrando la propria cultura nella scelta della musica e degli interpreti per il video, che sfilano in un contenitore che è esso stesso riferimento culturale e celebrazione, questa volta proiettato verso il passato.

Infatti la sala d’aspetto dell’aeroporto non è unicamente un riferimento al viaggio, ma è anche un tributo a una delle figure che Abloh – che infondo è pur sempre un ingegnere – ha dichiaratamente indicato come “un altro Micheal Jordan” ai propri occhi, l’architetto tedesco Ludwig Mies van der Rohe. Innovatore egli stesso, visionario e padre insieme a Le Corbusier, Walter Gropius, Frank

Lloyd Wright e Alvar Aalto del Movimento Moderno, progettò l’innovativo Padiglione Tedesco per l’esposizione Universale di Barcellona del 1929. Il padiglione, inteso come luogo di rappresentanza ma allo stesso tempo oggetto di esposizione esso stesso, venne costruito in buona parte utilizzando un marmo verde cavato dalle Alpi della Valle D’Aosta, che non a caso è il materiale principale dell’ “aeroporto virtuale” di Abloh. Un riferimento colto dunque, probabilmente troppo sottile per la maggior parte delle persone, ma che serve ad Abloh per ricordarci che l’architettura e il design non creano solo cornici, ma soprattutto significati.

E per ribadire questo concetto Abloh ricorre, in chiusura di sfilata, ad un riferimento meno sottile ma decisamente più comprensibile ai più: due modelli avanzano indossando due giacche composte da modellini tridimensionali dei più famosi edifici di Parigi, dove il designer vive e lavora, e di Chicago, dove ha studiato architettura e ingegneria prima di convertirsi alla moda.

Virgil Abloh ha sfruttato la collezione Autunno-Inverno 2021 da uomo di Louis Vuitton per parlarci di un passato che può e deve ispirarci ancora ma anche della nuova normalità che ci aspetta, per ricordare la propria storia personale ma anche quella di James Baldwin e di tanti altri come lui, per raccontarci della moda come arte complementare all’architettura e al design, per mostrarci degli abiti che non sono più solo begli oggetti addosso a bei modelli, ma sono la pelle con cui ciascuno di noi si introduce al mondo.

Grazie a Virgil Abloh e ad artisti come lui l’industria della moda può ancora sperare di essere un veicolo d’innovazione figlio del proprio tempo, e non un pallido riflesso dei tempi di gloria ante- duemila che non torneranno mai.

Fiorenza Sparatore