Ezio Mauro e i 50 anni di Repubblica. Su Domanipress l’appello del giornalista che ha raccontato mezzo secolo d’Italia: «Oggi la democrazia è sotto attacco»

Una Piazza Maggiore gremita, il compleanno di uno dei quotidiani più influenti della storia italiana e una riflessione che va ben oltre il giornalismo. A Bologna, durante le celebrazioni per i 50 anni di Repubblica, l’ex direttore Ezio Mauro ha ripercorso mezzo secolo di informazione, politica e cambiamenti sociali, lanciando al tempo stesso un monito sul presente: «La democrazia oggi è sotto attacco».

Intervistato da Simonetta Fiori nell’ambito di Repubblica delle Idee, Mauro ha raccontato la nascita del giornale fondato il 14 gennaio 1976 da Eugenio Scalfari, ricordando come la missione originaria fosse quella di fornire ai cittadini gli strumenti necessari per comprendere la realtà e costruire una propria opinione.

«Un giornale non è un partito e non è una chiesa. Deve rappresentare una certa idea dell’Italia e aiutare il lettore a diventare cittadino», ha spiegato l’ex direttore, che ha guidato Repubblica dal 1996 al 2016 attraversando alcune delle stagioni più complesse della storia politica italiana.

Il giornalismo come presidio democratico

Nel suo intervento, Mauro ha ribadito un concetto che da sempre accompagna la sua visione del mestiere: il giornalismo non deve limitarsi a raccontare i fatti, ma deve saperli interpretare. «Il vero talento di Scalfari fu capire che un giornale non è una semplice raccolta di articoli, ma una reinterpretazione della realtà», ha ricordato.

Un’idea che lo stesso Mauro aveva raccontato anche durante una recente video intervista esclusiva nel Salotto di Domanipress, dove aveva sottolineato come il giornalismo rappresenti prima di tutto un esercizio di responsabilità civile.

Leggi l’intervista nel Salotto di Domanipress

In quell’occasione Mauro aveva dichiarato: «Ho sempre creduto che il giornalismo sia un atto di coscienza prima ancora che un mestiere», una frase che sintetizza perfettamente il filo conduttore del suo percorso professionale e che oggi assume un significato ancora più attuale.

La democrazia sotto pressione

Tra i passaggi più significativi dell’incontro bolognese c’è stata la riflessione sullo stato di salute delle democrazie contemporanee. «La democrazia per definizione è disarmata, ma non possiamo ignorare che oggi sia sotto attacco», ha affermato Mauro, indicando nei nuovi equilibri geopolitici e nei modelli autoritari una delle principali sfide del nostro tempo.

Secondo il giornalista, la forza delle istituzioni democratiche risiede nella capacità di garantire controlli e contrappesi: magistratura, Parlamento, Corte Costituzionale e stampa rappresentano gli strumenti attraverso cui il potere viene costantemente chiamato a rendere conto delle proprie azioni.

Un tema che Mauro aveva approfondito anche parlando della figura di Alexei Navalny durante il dialogo con Domanipress, sottolineando come la libertà e lo Stato di diritto non siano conquiste irreversibili ma valori da difendere quotidianamente.

Il rischio del silenzio dell’opinione pubblica

Un’altra grande preoccupazione riguarda il futuro dell’informazione nell’epoca dei social network e dell’iperconnessione. Mauro ha richiamato le riflessioni sviluppate nel suo libro «Il silenzio dell’opinione pubblica», nato dal confronto con il sociologo Zygmunt Bauman.

«Viviamo immersi in una quantità enorme di informazioni, ma questo non significa automaticamente maggiore consapevolezza», ha spiegato. Il rischio è che la crescita delle opinioni private finisca per indebolire l’idea stessa di opinione pubblica, quel luogo collettivo in cui una società elabora valori, priorità e visioni condivise.

Nel flusso continuo di notizie, contenuti e commenti che scorrono sugli schermi degli smartphone, gli eventi rischiano di perdere profondità, trasformandosi in frammenti destinati a essere rapidamente sostituiti da nuovi stimoli.

«Viva Repubblica e la Repubblica»

Guardando al futuro del quotidiano che ha contribuito a guidare per vent’anni, Mauro ha espresso fiducia nella capacità di Repubblica di restare fedele alla propria identità. «I lettori cercano una certa idea dell’Italia e del mondo. Repubblica deve continuare a essere se stessa», ha dichiarato.

Nel finale, il giornalista ha rivolto un pensiero anche al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, definendolo «un galantuomo della Repubblica» e una figura capace di incarnare i valori fondamentali della Costituzione.

Un intervento che è stato molto più di una celebrazione editoriale. È stato il racconto di un Paese attraverso i suoi cambiamenti, le sue contraddizioni e le sue sfide. E soprattutto il richiamo a una convinzione che accompagna Ezio Mauro da sempre: senza una informazione libera, senza una opinione pubblica consapevole e senza cittadini informati, la democrazia diventa inevitabilmente più fragile.

«Viva Repubblica e la Repubblica», ha concluso Mauro tra gli applausi di una Piazza Maggiore che, per una sera, si è trasformata nel simbolo di un dibattito pubblico ancora vivo e necessario.

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