Ergastolo a Filippo Turetta. La confessione di Gino Cecchettin su Domanipress: “Il dolore non può restare silenzio. Serve una rivoluzione culturale”

La condanna all’ergastolo di Filippo Turetta per il femminicidio di Giulia Cecchettin è ormai definitiva. Ma se la vicenda giudiziaria si chiude, quella umana e sociale resta aperta. A ricordarlo è Gino Cecchettin, padre di Giulia, che da quel novembre del 2023 ha trasformato il dolore in un impegno civile, fondando una realtà che oggi è diventata un simbolo contro la violenza di genere: la Fondazione Giulia Cecchettin.

Nel dialogo con Domanipress, video integrale qui, Gino parla con voce ferma ma carica di emozione. Non di giustizia, ma di consapevolezza. Non di vendetta, ma di futuro.

Da uomo, hai confessato che prima percepivi certe notizie come lontane. Ora hai una consapevolezza diversa. Come si passa da spettatore a testimone attivo?
«Succede quando capisci che nessuno è davvero al sicuro. Io credevo che certe tragedie accadessero agli altri, a chi vive in mondi diversi dal mio. Oggi so che non esiste un “altro”. E allora ti rendi conto che bisogna agire. Non possiamo limitarci a leggere e dimenticare. Per questo credo che la sensibilizzazione sia fondamentale, a ogni età e in ogni contesto. Ma il vero cambiamento lo vedremo solo se cominciamo a educare le nuove generazioni a un altro tipo di relazione, in cui non esistano più il possesso, il sessismo, la prevaricazione. Relazioni sane, rispettose. Questo è il cuore della nostra Fondazione.»

Hai parlato di linguaggio, di quanto le parole possano diventare trappole, stereotipi mascherati da affetto. “Sei mia”, “ti amo da morire”: perché è così importante rieducarci anche nel parlare?
«Perché il linguaggio crea la realtà. Non è una questione di forma, è sostanza. Dire “sei mia” non è romantico, è già una forma di possesso. Lo stesso vale per certi modi di esprimere l’amore: “ti amo da morire” suona poetico, ma dietro c’è un’idea tossica di relazione. Gli stereotipi di genere nascono da lì, e se non li scardiniamo a partire dalle parole, continueranno a ripetersi. L’educazione all’affettività che proponiamo mira proprio a questo: a insegnare un modo nuovo di stare in relazione, con sé stessi e con gli altri.»

Una rivoluzione silenziosa, quella di Gino Cecchettin, che passa dai banchi di scuola, dai laboratori, dalle testimonianze pubbliche. Non è solo la storia di un padre che ha perso una figlia, ma di un uomo che ha scelto di trasformare il dolore in azione.

«Oggi il mio obiettivo è che nessun genitore debba più vivere quello che ho vissuto io. Serve una rivoluzione culturale, una nuova grammatica dell’amore. E per questo non possiamo permetterci di restare in silenzio.»

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Un racconto che va oltre la cronaca: una lezione di umanità, che invita tutti — uomini e donne — a riconoscere che la vera giustizia inizia nel modo in cui scegliamo di parlare, amare e rispettare.

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