Ecco perchè la Prima della Scala è stata una monumentale e toccante dichiarazione d’amore per la cultura italiana e per l’arte in senso assoluto

Quest’anno alla Prima della Scala siamo stati tutti in prima fila, dalle nostre case, e ciò cui abbiamo assistito è stata una monumentale e toccante dichiarazione d’amore per la città di Milano, per la cultura italiana, per l’arte in senso assoluto.

A renderla possibile sono stati i cantanti, i ballerini, i musicisti, il coro, gli attrezzisti, le maschere, i tecnici di palcoscenico e tutti gli altri lavoratori che vivono dietro le quinte. Per la prima volta tutti insieme alla ribalta hanno inaugurato la stagione della lirica milanese cantando da sotto le mascherine Fratelli d’Italia, ribadendo il loro amore per un paese che troppo spesso – come si è tristemente riscontrato negli ultimi mesi – non li ricambia affatto.

Il titolo stesso dello spettacolo, messo a punto in corsa dopo che un focolaio di contagi aveva cancellato la Lucia di Lammermoor, è un tributo al genio italiano: “…a riveder le stelle” sono le liberatorie parole con cui Dante, con una semplicità comprensibile a tutti, descrive finalmente la fine del suo viaggio attraverso l’Inferno. Una scelta che guarda al futuro non solo nell’auspicio di una imminente fine del funesto 2020 ma anche nell’ottica di celebrare il ricorrere, nel 2021, dei settecento anni dalla morte del Sommo Poeta.

Non un’opera dunque, bensì uno spettacolo colossale e variegato che ha messo in scena le arie più famose di quindici celeberrimi autori, da Bizet a Cajkovskij, da Verdi a Wagner, in una narrazione musicale che si snoda dalla maledizione di Rigoletto alla catartica chiusura del Guglielmo Tell, in un viaggio di speranza verso tempi più luminosi.

Fra le trentuno performance, tutte interpretate dalle star più celebri della lirica mondiale, particolarmente commoventi sono state quella di Lisette Oropesa, straziante nell’harachiri di Cio- Cio-San da Madama Butterfly, quella di Piotr Beczala che porta a casa un eccellente Nessun Dorma mentre sullo sfondo viene proiettata la Via Lattea in 3D, e il cameo d’eccezione di Placido Domingo, visibilmente emozionato davanti alla Scala vuota.

Tuttavia il Tempio della Lirica ha generosamente voluto dare spazio anche alla celebrazione di altre forme d’arte. Le esibizioni canore sono state infatti cucite insieme da brevi intermezzi recitati o anche solo parlati che hanno spaziato dalla toccante interpretazione di Sax Nicosia della poesia Verrà la morte e avrà i tuoi occhi di Cesare Pavese, al tributo di Massimo Popolizio a Federico Fellini. Di particolare spessore inoltre la riflessione della scrittrice Michela Murgia, che ci ricorda come la lirica racconti da sempre le storie straordinarie di donne più o meno forti, più o meno sfortunate, e come oggi più che mai sia necessario riflettere su queste eroine così vividamente moderne.

Naturalmente non sarebbe stata una vera Prima della Scala senza una buona dose di glamour e quest’anno l’indissolubile legame fra arte e moda è stato consacrato grazie all’aiuto di alcuni “costumisti d’eccezione”: Giorgio Armani, Valentino e Dolce&Gabbana, insieme agli emergenti Gianluca Capannolo e Marco De Vincenzo, si sono offerti di vestire le signore dell’opera, facendo sì che le proprie creazioni diventassero a tratti addirittura un complemento delle scenografie.

La serata si è conclusa con il potente e catartico finale del Guglielmo Tell di Gioachino Rossini: l’aria è conosciuta come “Tutto cangia” ovvero “tutto cambia”, un inno alla rinascita di un mondo profondamente rivoluzionato e nuovo, che fiorisce dal proprio momento più buio.

Dietro agli interpreti la scenografia è costituita semplicemente dal video aereo di una Milano vuota, silenziosa e provata.

Ma ecco che, al culmine del crescendo rossiniano, l’immenso fondale viene occupato interamente da una veduta della Scala che per un momento sembra quasi emergere dalle fiamme. È la cultura italiana tutta che alza la testa e ancora una volta risorge dalle proprie ceneri, a dispetto non solo della pandemia ma anche e soprattutto di uno Stato che troppo spesso la considera accessoria, non essenziale e che la celebra solo quando non può fare altrimenti.

Uno Stato troppo ottuso per capire che la cultura va coltivata specialmente nei momenti di crisi, e che se alla tv ci fosse un po’ meno Di Maio e un po’ più Aida, un po’ meno Conte e un po’ più Turandot, sicuramente la situazione sarebbe la stessa ma ci sentiremmo tutti un pochino meglio.

È con questa riflessione che si chiude questo spettacolo kolossal che è stato la Prima della Scala del 2020, la cui regia è stata firmata dal magistrale Davide Livermore che alla fine si rivolge direttamente al pubblico: la musica ci unisce e solo con l’Arte torneremo a riveder le stelle.

Fiorenza Sparatore