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Da Nino D’Angelo ad Enzo Gragnaniello, quando Napoli non ha (ingiustamente) conquistato il podio di Sanremo

La vittoria di Sal Da Vinci a Sanremo 2026 chiude un cerchio e ne riapre un altro: quello di una città che ha dato alla canzone italiana melodia, lingua, teatro emotivo e verità popolare, ma che troppe volte — per snobismo, per pregiudizio o per semplice incomprensione — si è vista negare il podio.

2026: Sal Da Vinci vince e riscrive la narrazione

Con “Per sempre sì”, Sal Da Vinci non porta solo una canzone: porta una tradizione che non chiede permesso e non si traveste. È un successo che suona come un risarcimento simbolico, perché Napoli a Sanremo è spesso stata “troppo”: troppo popolare per piacere agli arbitri del gusto, troppo identitaria per essere neutralizzata, troppo vera per essere addomesticata.

1999: Enzo Gragnaniello & Ornella Vanoni, “Alberi” — l’eleganza che resta fuori dal podio

“Alberi” è una di quelle esibizioni che non hanno bisogno di urlare: entrano, si piantano, e restano lì. La coppia Gragnaniello–Vanoni porta all’Ariston una Napoli sofisticata e ferita, poetica e concreta, capace di farsi universale senza perdere una sillaba di identità. Eppure, anche quando la qualità è evidente, Sanremo a volte preferisce altro.

1999: Nino D’Angelo, “Senza giacca e cravatta” — l’orgoglio popolare scambiato per difetto

Nino D’Angelo porta “Senza giacca e cravatta” e si prende addosso tutto: l’etichetta, la caricatura, la condiscendenza. Ma quella canzone è un manifesto: non è “mancanza” di forma, è scelta. È dire: io entro così, senza uniformi, senza travestimenti, con la mia storia addosso.

2000: Gigi D’Alessio, “Non dirgli mai” — quando il pop fa paura a chi decide cos’è “cultura”

Con “Non dirgli mai” Sanremo scopre (di nuovo) una regola antica: quello che la gente canta spesso viene giudicato “minore”. Eppure, il pop napoletano — quando è scritto bene e interpretato con verità — è una forma di letteratura sentimentale di massa. Solo che a volte la massa, in Italia, dà fastidio.

2002: Gianni Fiorellino, “Ricomincerei” — la melodia che resiste, anche quando non viene premiata

Gianni Fiorellino è l’esempio perfetto di ciò che Napoli continua a fare meglio di chiunque: trasformare la vita in melodia, e la melodia in racconto. “Ricomincerei” appartiene a quella scuola emotiva e rigorosa insieme, dove il sentimento non è mai facile, ma è sempre preciso. Non serve vincere per entrare nelle case: basta essere credibili.

2024: Geolier, “I p’ me, tu p’ te” — il plebiscito popolare e la solita diffidenza

Con Geolier la questione esplode: lingua napoletana, codice urban, identità senza mediazioni. Il pubblico lo premia in modo netto, ma la discussione intorno a lui racconta la stessa frattura di sempre: chi decide e chi ascolta spesso non parlano la stessa lingua.

Il punto non è “Napoli contro Sanremo”. Il punto è Sanremo che, a volte, non riconosce Napoli

Napoli non ha mai avuto bisogno dell’Ariston per esistere: ha costruito un canone parallelo, popolare e colto insieme, che continua a nutrire la musica italiana. Ma ogni volta che una voce partenopea arriva lì senza maschere, si ripete la stessa scena: la standing ovation, il dibattito, l’amore del pubblico… e poi, troppo spesso, il podio che scivola via.

La vittoria di Sal Da Vinci nel 2026, allora, vale doppio: è un premio e una risposta. E dice una cosa semplice: quando Napoli vince, non è una “concessione”. È la realtà che torna al suo posto.