Come suona Sanremo 2026 e sì, quest’anno è (molto) retrò. Il preascolto dei brani in gara

Trenta canzoni una dopo l’altra, senza interruzioni, senza il conforto delle immagini, senza la distrazione del gossip. Il pre-ascolto di Sanremo 2026 è un esercizio di resistenza emotiva prima ancora che musicale: un’ora abbondante di sentimenti esposti, nostalgie dichiarate, ritorni consapevoli e qualche deviazione intelligente che rompe l’ordine.

Il Festival disegnato da Carlo Conti sembra muoversi in una direzione precisa: rassicurare. Non spiazzare, non provocare, non forzare il presente. È un Sanremo che guarda indietro con rispetto, talvolta con indulgenza, spesso con una certa malinconia. La sensazione dominante è quella di un grande racconto collettivo sull’amore — finito, ricominciato, immaginato — e sull’identità, più privata che politica.

Di seguito, tutti e 30 i brani in gara, raccontati uno per uno.

Tommaso Paradiso – I romantici

Un manifesto dichiarato. Paradiso porta all’Ariston una ballata costruita per diventare corale, emotiva, riconoscibile fin dal primo ascolto. È la sua comfort zone: malinconia pop, nostalgia come linguaggio universale, romanticismo senza ironia. Funziona perché sa a chi parla.

Malika Ayane – Animali notturni

Qui la sorpresa è nel ritmo. Malika abbandona la sofisticazione più prevedibile per immergersi in una notte urbana, fatta di pulsioni, luci artificiali e movimento. Il brano ha un respiro internazionale, un’anima dance elegante che potrebbe crescere molto dal vivo.

Sayf – Tu mi piaci tanto

Titolo semplice, quasi ingannevole. In realtà il pezzo è un racconto generazionale disilluso, con influenze che guardano più ai Balcani che al Mediterraneo classico. È uno dei brani che raccontano meglio un certo spaesamento contemporaneo, senza urlarlo.

Patty Pravo – Opera

Non una canzone, ma una messa in scena. Patty Pravo non rincorre il tempo: lo attraversa. Il brano è colto, stratificato, quasi teatrale, e vive di interpretazione più che di melodia immediata. Qui l’Ariston diventa palcoscenico vero.

Luchè – Labirinto

Urban levigato, produzione curata, testo che parla di smarrimento interiore. Forse troppo carico di intenzioni, ma coerente con l’immagine di un artista che prova a dialogare con un pubblico più ampio senza snaturarsi del tutto.

Mara Sattei – Le cose che non sai di me

Una ballata confessionale, emotiva, costruita con mestiere. Non sorprende, ma si inserisce perfettamente nel filone dominante del Festival: quello dell’intimità esposta con grazia.

Francesco Renga – Il meglio di me

Renga torna con una ballata che sembra arrivare da un’altra stagione della musica italiana. Il brano gioca sulla riconoscibilità e sulla voce, più che sull’innovazione. Un ritorno che non rischia, ma consola.

Ditonellapiaga – Che fastidio

Ironia, ritmo, osservazione sociale. Il brano funziona come una lista di irritazioni contemporanee, raccontate con leggerezza ma senza superficialità. Una delle proposte più fresche nel contesto generale.

Leo Gassmann – Naturale

Un titolo che promette autenticità, ma il brano resta sospeso, fragile, poco incisivo. È una canzone che cerca una direzione più che imporsi.

Sal Da Vinci – Per sempre sì

Romanticismo assoluto, dichiarato, senza mediazioni. È una canzone che parla a un pubblico preciso e non fa nulla per nasconderlo. Melodramma sentimentale, orgogliosamente tale.

Levante – Sei tu

Una ballata fisica, quasi corporea, che racconta l’amore come stato emotivo totalizzante. Il brano cresce sull’interpretazione più che sulla struttura, ed è pensato per il palco.

Tredici Pietro – Uomo che cade

Racconto di fragilità maschile, cadute, tentativi di rialzarsi. Rap introspettivo che alterna intensità e soluzioni più accomodanti. Funziona a tratti, ma lascia spazio a miglioramenti live.

Enrico Nigiotti – Ogni volta che non so volare

Cantautorato classico, immagini poetiche, qualche ingenuità testuale. È una canzone che vive di sincerità più che di forza.

Samurai Jay – Ossessione

Urban sensuale, ritmo caldo, atmosfera notturna. Più mood che racconto, ma coerente con l’estetica dell’artista.

Serena Brancale – Qui con me

Elegante, musicale, vocalmente impegnativa. Una ballata che guarda alla tradizione melodica italiana con rispetto e raffinatezza.

Arisa – Magica favola

Un ritorno intimo, delicato, quasi sussurrato. Arisa racconta una ricerca di pace più che una storia d’amore. Onesta, senza forzature.

Nayt – Prima che

Urban riflessivo, prudente, costruito su una tensione che non esplode mai davvero. Una scelta consapevole, ma poco dirompente.

Dargen D’Amico – Ai Ai

Una delle idee più interessanti del lotto. Il brano gioca con il tema dell’intelligenza artificiale senza moralismi, scegliendo l’ironia e il dancefloor come linguaggio. Intelligente e riconoscibile.

Raf – Ora e per sempre

Raf torna esattamente dove lo ricordavamo. Nostalgia pura, consapevole, quasi rivendicata. Una carezza per chi c’era.

LDA & Aka 7even – Poesie clandestine

Pop-urban a due voci, immaginario adolescenziale, qualche immagine forzata. Ambizioso, ma non sempre centrato.

Bambole di Pezza – Resta con me

Pop rock gentile, messaggio positivo, meno irriverente di quanto il nome farebbe pensare. Un debutto prudente.

Fulminacci – Stupida sfortuna

Artigianato pop ben fatto, malinconia controllata, ironia sottile. Non rivoluziona, ma funziona.

Ermal Meta – Stella stellina

Tema alto, trattato con delicatezza. Una canzone che punta più al significato che all’effetto immediato.

Elettra Lamborghini – Voilà

Autoironia, energia, citazioni pop. Un brano che divide e probabilmente continuerà a farlo.

Chiello – Ti penso sempre

Urban contaminato dal rock anni ’90, malinconico, sincero. Un’atmosfera che potrebbe crescere molto sul palco.

Eddie Brock – Avvoltoi

Cantautorato generazionale, amori complicati, fragilità esposte. Intimo, più interessante nel testo che nella struttura.

Maria Antonietta & Colombre – La felicità e basta

Una delle sorprese più riuscite. Ironica, colta, leggera senza essere vuota. Un brano che respira libertà creativa.

Fedez & Marco Masini – Male necessario

Duo insolito ma rodato. Il brano riflette su paternità, giudizio e contraddizioni personali. Più interessante nel testo che nella melodia.

Michele Bravi – Prima o poi

Ballata classica, pianoforte e archi, costruzione impeccabile ma poco memorabile.

J-Ax – Italia Starter Pack

Chiusura ironica e consapevole. Country-pop leggero, satira sociale soft, divertissement che non si prende troppo sul serio.

Il verdetto

Il pre-ascolto di Sanremo 2026 restituisce l’immagine di un Festival che non vuole disturbare, ma accompagnare. È un Sanremo che preferisce l’abbraccio al colpo di scena, la memoria al rischio, la riconoscibilità allo strappo.

Ma proprio per questo, quando una canzone cambia ritmo, linguaggio o immaginario, si sente subito. Come una finestra aperta in una stanza troppo piena.

Dal 24 al 28 febbraio capiremo quali brani sapranno trasformare la nostalgia in presente. Per ora, dalla prima fila, una cosa è chiara: Sanremo 2026 non urla. Racconta.

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Stefano Germano, laureato presso l'IULM, è un appassionato di TV e cultura moderna e new media è sempre alla ricerca delle storie più intriganti e delle tendenze culturali del momento.