Clara costretta a fermare il tour: «Il corpo non ha retto». Ma davvero pretendiamo troppo dagli artisti?

«Si è ammalata di nuovo e questa volta il corpo non ha retto». Clara Soccini è costretta a fermarsi e a cancellare alcune date. Ma mentre sul web si moltiplicano commenti e giudizi, arriva una dura presa di posizione in sua difesa: «Credete che lei ne sia felice? No». E dietro il caso Clara emerge una domanda che riguarda tutto il mondo dello spettacolo: quando abbiamo iniziato a pretendere che gli artisti fossero sempre disponibili, infallibili e persino immuni alla malattia?

La cancellazione delle date previste per questo weekend ha inevitabilmente provocato delusione tra una parte del pubblico. Ma dietro un concerto annullato non esiste soltanto un biglietto, un viaggio organizzato o una serata saltata. Esiste una persona che sta male.

A ricordarlo con parole particolarmente nette è stato un lungo messaggio condiviso dalla pagina fan Soccins Italy: «Un artista è prima di tutto una persona e, biologicamente, uguale a tutti voi».

Una frase apparentemente ovvia che, nell’epoca della disponibilità permanente, sembra avere bisogno di essere ripetuta.

«Il corpo non ha retto»: Clara avrebbe provato comunque

Secondo quanto raccontato nel messaggio, Clara non sarebbe stata bene già all’inizio del mese, ma avrebbe continuato a esibirsi senza rendere pubbliche le proprie difficoltà.

Poi un nuovo malessere. E questa volta, si legge, «il corpo non ha retto».

Eppure Clara sarebbe arrivata fino a Riccione tentando ancora una volta di rialzarsi e portare al pubblico lo spettacolo promesso. Non è stato possibile.

«Sfortunatamente i sintomi sono troppo debilitanti», spiega la pagina. Con tre giorni consecutivi di impegni in località diverse e geograficamente lontane, cancellare le date sarebbe diventato inevitabile.

Ed è proprio qui che la vicenda di Clara smette di riguardare soltanto Clara.

Pretendiamo troppo dagli artisti?

Un concerto viene cancellato e in pochi minuti arrivano commenti, accuse, supposizioni. Si cercano responsabilità, si pretende una spiegazione dettagliata. Qualcuno arriva persino a mettere in discussione le ragioni dello stop.

Abbiamo trasformato l’artista in un servizio sempre disponibile?

Pretendiamo il disco, il singolo, il tour, il firmacopie, l’intervista, TikTok, Instagram, fotografie, sorrisi. Poi, quando il corpo dice basta, pretendiamo persino che quel «basta» venga giustificato.

La musica dal vivo comporta ritmi che il pubblico vede soltanto in parte. Dietro novanta minuti trascorsi sul palco possono esserci ore di viaggio, soundcheck, prove, trasferimenti notturni e nuove partenze poche ore dopo.

Il pubblico vede il palco. Molto meno quello che serve per arrivarci.

«Credete che lei ne sia felice? No»

La delusione di chi aspettava un concerto è comprensibile. Un fan può aver acquistato il biglietto mesi prima, prenotato un albergo o percorso centinaia di chilometri.

Ma essere delusi è una cosa. Processare pubblicamente un’artista perché si è ammalata è un’altra.

«Credete che lei ne sia felice? NO. Lo è molto meno di voi», si legge nel messaggio, che invita a non «giudicare, inventare o peggio».

Ed è probabilmente la frase che racconta meglio tutta questa storia.

Viviamo in un tempo nel quale chiediamo agli artisti di mostrarci continuamente la loro vita. Eppure, quando quella vita mostra qualcosa di autenticamente umano — un limite, una malattia, la necessità di fermarsi — improvvisamente facciamo fatica ad accettarlo.

Come se la fragilità fosse bellissima dentro una canzone, ma diventasse fastidiosa quando costringe a cancellare un concerto.

Clara si ferma, ma il problema forse riguarda noi

Forse dovremmo tornare a considerare normale ciò che normale è sempre stato: anche un artista può ammalarsi. Anche un artista può non farcela. Anche un artista può fermarsi.

Non significa necessariamente mancare di rispetto al pubblico. Talvolta significa semplicemente ascoltare un corpo che non permette alternative.

Il messaggio diffuso in difesa di Clara si conclude con una richiesta semplicissima: «Auguratele una buona guarigione, non altro».

Forse dovremmo partire proprio da qui.

Possiamo amare una voce, comprare un biglietto, aspettare per mesi un concerto e sentirci delusi quando viene cancellato. Ma acquistando quel biglietto non compriamo anche il diritto di pretendere che chi sale sul palco smetta di essere umano.

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Stefano Germano, laureato presso l'IULM, consulente discografico e critico musicale, è un appassionato di TV, cultura moderna e new media, sempre alla ricerca delle storie più intriganti e delle tendenze culturali del momento.