- Una donna sola nella notte. Sotto una pioggia sottile che sembra voler cancellare ogni traccia, nel buio che precede l’alba del 16 ottobre 1943, una figura corre tra i vicoli del Ghetto di Roma. Urla. Bussa. Chiama per nome. È Elena, quella che tutti conoscono come “la matta”. Una presenza scomoda, ingestibile, fuori norma. Ed è proprio lei a tentare l’impossibile: svegliare gli ebrei del quartiere per salvarli. Dire loro che i tedeschi stanno arrivando. Che all’alba entreranno casa per casa. Che non c’è più tempo.
Così si apre Elena del ghetto, esordio nel cinema di finzione del documentarista Stefano Casertano, nei cinema dal 29 gennaio, in una scelta che non è solo distributiva ma politica e morale: prolungare il Giorno della Memoria, strapparlo alla liturgia, costringerlo a restare aperto, inquieto, vivo.
Quella di Elena Di Porto è una storia vera, a lungo rimossa, quasi imbarazzante. Non una vittima esemplare, non un’eroina da lapide. Elena è una donna difficile, instabile, ingestibile per la comunità e per la Storia. E proprio per questo diventa una figura potentissima: la Cassandra del Novecento, colei che vede l’orrore arrivare e lo grida, sapendo che nessuno le crederà. O peggio: che nessuno vorrà crederle.
Nel film, Micaela Ramazzotti incarna Elena con una fisicità nervosa, spezzata, priva di compiacimento. La sua interpretazione non chiede empatia, la impone. Non addolcisce il personaggio, non lo normalizza. Elena resta un corpo fuori posto, una voce che disturba il sonno degli altri, una donna che dice la verità nel momento sbagliato, quando la verità è ancora insopportabile.
Casertano porta nel cinema di finzione lo sguardo asciutto del documentarista, evitando la retorica della commemorazione. La Shoah resta sullo sfondo, come una marea che sale lentamente, mentre il centro del racconto è occupato dal meccanismo della rimozione: la paura, l’incredulità, l’autoinganno collettivo. Chiamare Elena “matta” diventa un modo per non ascoltare. Per rimandare. Per continuare a dormire.
Elena del ghetto è un film che parla del passato ma colpisce il presente. Racconta cosa accade quando chi vede prima viene isolato, ridicolizzato, espulso dal discorso pubblico. Quando la verità non ha il tono giusto, il linguaggio giusto, la faccia giusta per essere accettata.
Perché la memoria, a volte, non arriva con una voce pacata e istituzionale.
A volte arriva urlando sotto la pioggia.
E noi, quasi sempre, preferiamo chiamarla follia.




