Nella stagione delle ultime volte, Chanel si congeda da una fase creativa lunga, intensa e stratificata con un gesto d’estrema grazia. La sfilata Haute Couture Autunno/Inverno 2025, presentata a Parigi, non è solo l’ultima sotto la supervisione dello studio interno — erede silenzioso del lungo sodalizio con Karl Lagerfeld e, più recentemente, con Virginie Viard — ma è anche un passaggio di testimone sottile, che si consuma senza fragore. Un addio sussurrato, più che annunciato.
La scena si apre sul Grand Palais Éphémère, tra luci ovattate e un’atmosfera che sa di memoria sospesa. Il pubblico — selezionatissimo — è pronto a rendere omaggio a una maison che da oltre un secolo detta il lessico della femminilità. Il grande assente è il clamore. C’è compostezza, attenzione, un senso diffuso di eleganza malinconica. Una sfilata che è epitaffio e promessa insieme.
Un epilogo in tweed e tulle
L’abito nero in tweed che avvolge Lorde, ospite d’eccezione, è già manifesto. Il suo beauty look naturale, il collier di diamanti che accarezza la clavicola e lo sguardo contemplativo: tutto sembra rispondere a una precisa intenzione narrativa. Non si tratta di un finale teatrale, ma di un addio mormorato, come quelli che restano addosso più a lungo.
In passerella, la couture si fa meditazione: silhouette fluide, spalle appena segnate, gonne lunghe che sfiorano il pavimento, una palette che oscilla tra il grigio perla e l’ebano, con incursioni in un rosa antico che sa di infanzia aristocratica. Gli accessori sono discreti, ma preziosi: spille d’archivio che tornano a brillare, perle cucite a mano, nastri di velluto appuntati su cappotti oversize. Ogni elemento sembra dire: “Ricordami così”.
Un libro come una madeleine: il tributo di Sofia Coppola
Come a voler custodire la memoria in una forma tangibile, Chanel affida a Sofia Coppola la curatela di un volume commemorativo che sarà pubblicato a settembre. Non una semplice pubblicazione, ma un archivio sentimentale di 450 pagine, composto da fotografie mai viste, bozzetti originali, istantanee delle muse e immagini dietro le quinte. È il genere di libro che profuma di carta e nostalgia, da sfogliare con lentezza come si fa con una scatola di ricordi in soffitta.
È anche un gesto strategico e poetico: congelare un’epoca prima di spalancare le porte a quella successiva. Perché la couture è tempo, è memoria, è forma visibile dell’invisibile.
Una transizione sotto il segno della discrezione
Il nome di Matthieu Blazy aleggia nella sala come un sussurro carico di attese. Il suo debutto, previsto per settembre, si preannuncia come uno dei momenti più significativi del fashion system contemporaneo. Eppure, Chanel sceglie di non anticipare nulla. Nessun teaser, nessuna dichiarazione. Solo la presenza-assenza di ciò che verrà.
Blazy, che ha già lasciato il segno da Bottega Veneta, porterà con sé un’estetica fatta di artigianalità radicale e raffinatezza minimale. Ma la vera sfida sarà coniugare questa cifra stilistica con il DNA profondo di Chanel, che non è solo moda ma linguaggio culturale, simbolico, quasi spirituale.
Una sfilata come rituale di passaggio
In questo addio c’è qualcosa di sacro. Il modo in cui le modelle camminano lente, quasi in processione, tra i ricami chantilly e i volumi scolpiti, tra le giacche couture perfettamente tagliate e i veli impalpabili, lascia trasparire l’idea di un rito iniziatico. Una liturgia in cui la moda torna a essere narrazione identitaria.
E quando le luci si abbassano e gli applausi si fanno intimi, si capisce che la maison ha scritto un capitolo conclusivo necessario, per preparare il terreno a ciò che verrà. Chanel non dimentica. Chanel trasforma la memoria in orizzonte.
Il futuro ha già le chiavi di Rue Cambon
Il numero 31 di Rue Cambon, sede storica della maison, resta lì: immobile, eterno. Ma qualcosa è cambiato. Quella scala a specchi su cui Mademoiselle osservava le sfilate senza farsi vedere, oggi riflette un’assenza nuova, gravida di possibilità.
Settembre sarà l’inizio. O forse, semplicemente, il primo giorno di una nuova eleganza.




