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Caparezza e l’arte di andarsene: quando un artista decide che il pubblico non può chiedergli di restare

«Lasciatemi andare». Tre parole che, pronunciate da Caparezza davanti a ventimila persone, pesano molto più dell’annuncio di una pausa. Perché nella musica pop siamo abituati ai ritorni, alle reunion e agli addii che durano una stagione. Molto meno ad accettare che un artista possa semplicemente decidere di sottrarsi.

Caparezza non ha annunciato ufficialmente il proprio ritiro. Ed è proprio questo a rendere il suo discorso alla fine del tour di Orbit Orbit così potente.

Il 5 settembre, alla Reggia di Caserta, Michele Salvemini ha chiuso la tournée lasciando il pubblico davanti a un’incertezza: «Non so che fine farò, ve lo dico con molta sincerità». Poi la frase che ha immediatamente fatto pensare a un possibile addio: «Qualsiasi cosa farò starò bene, quindi lasciatemi andare».

Non “ci vediamo presto”. Non la promessa rituale di un nuovo disco. Neppure un definitivo “smetto”.

Piuttosto, la richiesta di poter scegliere.

Ed è forse questa la parte più interessante della storia.

Caparezza e il diritto di non sapere cosa viene dopo

A cinquantadue anni Caparezza arriva a questo possibile punto di svolta dopo una carriera costruita quasi interamente sulla propria diversità. Da Fuori dal tunnel a Vengo dalla Luna, da Vieni a ballare in Puglia fino alla ricerca più complessa degli ultimi lavori, ha progressivamente trasformato il rap in un territorio personale fatto di fumetto, politica, arte, autobiografia, ironia e ossessioni.

Orbit Orbit gli ha consegnato nel 2026 anche la Targa Tenco per il miglior album in assoluto, rendendo ancora più singolare l’ipotesi di una sospensione proprio mentre il riconoscimento critico resta altissimo.

Ma da tempo nella storia dell’artista è entrato un elemento impossibile da ignorare: l’acufene, insieme all’ipoacusia, ha condizionato il suo rapporto con il suono e con l’attività dal vivo, portandolo anche a modificare arrangiamenti e frequenze utilizzate nella propria musica.

Per questo sarebbe troppo semplice leggere le parole di Caserta come il classico annuncio costruito per creare attesa.

Sembrano raccontare qualcosa di diverso: la possibilità che un artista non voglia più essere obbligato a sapere quale sarà la sua prossima mossa.

Prima di Caparezza, Mina aveva scelto di scomparire

La storia della musica italiana conosce già addii diventati più potenti di qualsiasi ritorno.

Il più clamoroso rimane quello di Mina.

Il 23 agosto 1978 canta alla Bussola di Marina di Pietrasanta. Sarà il suo ultimo concerto. Da quel momento non tornerà più a esibirsi davanti al pubblico.

La cosa straordinaria è ciò che accade dopo: Mina non smette di essere Mina.

Continua a incidere, sperimentare, pubblicare dischi e prestare la propria voce a nuove canzoni. Scompare il corpo pubblico, non l’artista.

Anzi, l’assenza finisce per amplificarne il mito.

In un mondo che oggi chiede agli artisti di mostrarsi continuamente — concerti, interviste, social, backstage, podcast, stories — la scelta di Mina appare quasi profetica: si può continuare a creare senza concedere continuamente se stessi.

Ivano Fossati: sapere quando basta

Diverso, e forse ancora più vicino alla riflessione che oggi accompagna Caparezza, è stato l’addio di Ivano Fossati.

Nel 2011, presentando Decadancing, annunciò il ritiro dalle scene. L’ultimo concerto arrivò il 19 marzo 2012 al Piccolo Teatro di Milano.

Non era un rifiuto della musica.

Fossati spiegò piuttosto di volersi sottrarre ai suoi meccanismi: tournée, esposizione pubblica, ripetizione, industria. In seguito avrebbe descritto anche la componente di routine nascosta dietro un mestiere che, osservato dalla platea, sembra fatto esclusivamente di ispirazione.

E infatti la musica non è completamente scomparsa dalla sua vita: nel 2019 è arrivato persino Mina Fossati, incontro discografico fra due dei più celebri “ritirati” della canzone italiana.

Una coincidenza quasi perfetta.

Guccini e quel «quel che dovevo dire l’ho detto»

Anche Francesco Guccini ha scelto progressivamente di lasciare la musica e il palco.

Con L’ultima Thule arrivò la consapevolezza di avere concluso una parte della propria storia. La motivazione, nella sua semplicità, rimane una delle più efficaci spiegazioni del ritiro artistico: la composizione era diventata più difficile, la voglia si era consumata e, soprattutto, sentiva di avere già detto quello che aveva da dire.

Guccini ha poi continuato a scrivere libri, raccontare, apparire occasionalmente e vivere pubblicamente senza dover necessariamente continuare a interpretare il ruolo che il successo gli aveva assegnato.

Perché smettere di fare dischi non significa necessariamente smettere di essere un autore.

Il pubblico, però, non accetta facilmente la parola fine

Qui il caso Caparezza diventa interessante oltre Caparezza.

Perché pretendiamo che gli artisti continuino?

Se un attore cambia mestiere lo consideriamo sorprendente. Se uno scrittore non pubblica per dieci anni possiamo perfino attribuire alla sua assenza un fascino letterario. Nella musica pop, invece, il pubblico vive spesso l’addio quasi come una violazione di un contratto.

Abbiamo comprato i dischi, imparato i testi, attraversato adolescenze e amori con quelle canzoni. E finiamo inconsapevolmente per pensare che chi le ha scritte ci debba una continuazione.

Ma un artista non è una serie televisiva da rinnovare per un’altra stagione.

Mina lo ha dimostrato sparendo dai palchi. Fossati uscendo dai meccanismi dell’industria. Guccini riconoscendo di avere detto ciò che sentiva di dover dire.

Caparezza, oggi, sembra porre la stessa questione in maniera ancora più radicale perché non offre nemmeno una risposta definitiva.

Non sappiamo se tornerà con un altro disco. Non sappiamo se farà ancora concerti. Non sappiamo se cambierà linguaggio, se continuerà a scrivere o se quella pronunciata a Caserta resterà soltanto la fotografia emotiva della fine di un tour.

Lui stesso dice di non saperlo.

«Lasciatemi andare» è forse il contrario di un addio

Prima di salutare Caserta, Caparezza ha consegnato al pubblico anche un pensiero che suona quasi come una dichiarazione programmatica: non lasciare le idee dentro di sé, ma dare loro corpo finché esiste il tempo per farlo.

È difficile non collegare quelle parole al resto del discorso.

Per più di vent’anni Michele Salvemini ha dato corpo alle proprie idee trasformandole in dischi, personaggi, concerti, immagini e mondi. Ora potrebbe avere bisogno di capire se esista una forma diversa attraverso cui farle vivere.

Ed è qui che «lasciatemi andare» assume un significato meno drammatico di quello suggerito dalla parola “ritiro”.

Non significa necessariamente “non mi vedrete più”.

Può significare semplicemente: non chiedetemi oggi di promettervi chi sarò domani.

Forse è questa una delle libertà più difficili da concedere a un artista famoso.

Quella di poter mettere un punto senza doverlo trasformare immediatamente in tre puntini.