Cannes 2026, vince il cinema che fa male: tra guerre, potere e umanità la Croisette torna improvvisamente politica

Per anni si è detto che il cinema avesse perso il coraggio di prendere posizione. Che i festival fossero diventati soprattutto passerelle glamour, abiti couture, standing ovation infinite e selfie sul red carpet. Poi arriva Cristian Mungiu e Cannes si ricorda improvvisamente di cosa può essere davvero il cinema quando decide di guardare il mondo senza filtri.

La Palma d’Oro 2026 assegnata a Fjord non è soltanto la vittoria di un grande autore europeo. È il trionfo di un’idea precisa di cinema: rigoroso, morale, politico, persino scomodo. Un’opera che affronta le tensioni religiose e sociali contemporanee senza trasformarle in slogan, ma lasciando che siano i silenzi, i conflitti familiari e le fragilità umane a raccontare tutto il peso del presente.

Mungiu, già Palma d’Oro nel 2007 con il monumentale 4 mesi, 3 settimane, 2 giorni, torna così a imporsi come uno degli ultimi registi capaci di fare un cinema che non cerca consenso immediato ma riflessione. E le sue parole durante la premiazione sono sembrate quasi un manifesto contro il clima contemporaneo di radicalizzazione e odio: «Il cambiamento deve partire da noi».

Non è un caso che proprio quest’anno Cannes abbia premiato film che parlano continuamente di guerra, potere, violenza, memoria e umanità ferita. Come se il cinema europeo avesse improvvisamente smesso di voler intrattenere a tutti i costi per tornare a interrogarsi sul mondo.

Da Zvyagintsev a Pawlikowski: il Festival premia autori che trasformano il dolore in cinema

Il Grand Prix andato a Andrey Zvyagintsev per Minotaur è forse il momento più apertamente politico dell’intero palmarès. Il regista russo, oggi esule a Parigi, ha usato il palco della Croisette per pronunciare parole durissime contro il potere e la guerra, ricordando come «sia in corso un massacro».

E in effetti tutto il festival sembra attraversato da un senso di inquietudine collettiva. I film premiati raccontano famiglie spezzate, identità fragili, nazioni ferite, desideri impossibili da vivere apertamente. Persino le storie d’amore diventano racconti politici. Succede in Coward di Lukas Dhont, dove due giovani soldati si innamorano nel pieno della Prima guerra mondiale, o in All Of A Sudden di Hamaguchi Ryusuke, premiato per le interpretazioni intense e dolorosamente umane di Virginie Efira e Tao Okamoto.

Poi ci sono opere diversissime tra loro ma accomunate dalla stessa urgenza narrativa: il minimalismo quasi ipnotico di Valeska Grisebach, il rigore austero di Pawel Pawlikowski, l’ambizione visiva e melodrammatica degli spagnoli Javier Calvo & Javier Ambrossi. Cannes 2026 sembra aver scelto un cinema che non consola mai davvero lo spettatore, ma lo costringe continuamente a prendere posizione.

Ed è forse proprio questo che rende questa edizione così diversa dalle ultime: nessun vero compromesso con il gusto mainstream, pochissimo spazio per il cinema pensato esclusivamente per diventare meme o contenuto social, moltissima attenzione invece ai grandi temi collettivi.

Il vero sconfitto? Hollywood. E Cannes manda un messaggio molto chiaro al cinema mondiale

C’è un dettaglio che racconta perfettamente questa edizione del Festival: il palmarès è quasi totalmente europeo. Un dato che va oltre la semplice geografia. Cannes sembra aver voluto lanciare un messaggio preciso all’industria cinematografica mondiale: il cinema d’autore esiste ancora, ed è più vivo proprio quando parla delle ferite del presente.

Mentre Hollywood continua spesso a rifugiarsi nei franchise, nei reboot e negli universi narrativi serializzati, sulla Croisette hanno trionfato film lenti, complessi, dolorosi, pieni di ambiguità morali. Film che chiedono attenzione, pazienza, partecipazione emotiva.

Persino l’omaggio a Barbra Streisand, assente per motivi di salute nel ricevere la sua Palma d’Oro onoraria, ha assunto un tono quasi nostalgico: il ricordo di un cinema totale, politico, personale, capace di essere insieme arte e presa di posizione.

E poi c’è il grande escluso, quel El ser querido di Rodrigo Sorogoyen che molti consideravano il vero capolavoro del concorso. Una mancata premiazione che ha già acceso polemiche e discussioni infinite tra critici e addetti ai lavori. Perché Cannes funziona anche così: consacra alcuni film ma, allo stesso tempo, costruisce immediatamente nuovi miti attorno agli esclusi.

Una cosa però appare chiara dopo questa edizione: il cinema europeo non vuole più limitarsi a raccontare il mondo. Vuole tornare a discuterlo, a metterlo in crisi, perfino a ferirlo. E Cannes 2026, nel bene e nel male, ha scelto di stare esattamente da quella parte.

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Appassionato di tecnologia ed insegnante di matematica. Crede che la vita sia un'equazione binaria. Si occupa di sostenibilità ed immagina un futuro ad emissioni zero.