Cannes 2026 comincia dove il cinema ama sentirsi ancora indispensabile: sulla Croisette, tra abiti da sera, promesse d’autore e quell’idea, un po’ romantica e un po’ feroce, che un film possa ancora cambiare la temperatura del mondo. Quest’anno la selezione ufficiale racconta un festival dalle coordinate precise: tanta Spagna, molta Francia, uno sguardo forte verso Giappone e Corea, poca America e, dettaglio che pesa, nessun film italiano in concorso.
Sono ventidue i titoli che puntano alla Palma d’Oro, in un’edizione che sembra voler tornare al cinema come territorio di crisi, identità, famiglia, potere e memoria. A guidare la giuria sarà Park Chan-wook, regista sudcoreano capace come pochi di trasformare l’eleganza in vertigine morale. Accanto a lui, tra gli altri, Demi Moore, Chloé Zhao, Stellan Skarsgård, Ruth Negga, Laura Wandel, Diego Céspedes, Isaach De Bankolé e Paul Laverty, storico collaboratore di Ken Loach.
Il concorso parla molte lingue, ma sembra avere un’unica ossessione: raccontare cosa resta degli esseri umani quando la storia, la famiglia o il desiderio li mettono alle strette. Pedro Almodóvar torna con Amarga Navidad, un gioco di specchi sull’abbandono, la creazione e l’autofiction. Rodrigo Sorogoyen, con El ser querido, affida a Javier Bardem e Victoria Luengo il confronto tra un padre-regista e una figlia attrice, dove il set diventa il luogo in cui le ferite non possono più essere truccate.
C’è poi il ritorno di Paweł Pawlikowski, che con Fatherland attraversa la Germania del dopoguerra seguendo il rapporto tra Thomas Mann e la figlia Erika, mentre Cristian Mungiu porta in concorso Fjord, storia di educazione, sospetto e comunità, con Sebastian Stan e Renate Reinsve. La Francia risponde con volti magnetici: Adèle Exarchopoulos in Garance, Léa Seydoux in più titoli, Catherine Deneuve, Isabelle Huppert, Vincent Cassel, dentro storie dove il mistero sembra sempre nascere da una casa, da una coppia, da una porta socchiusa.
Molto atteso anche James Gray con Paper Tiger, che riunisce Scarlett Johansson, Adam Driver e Miles Teller in un racconto di fratelli, sogno americano e criminalità russa. Ma Cannes guarda con forza anche all’Asia: Hirokazu Kore’eda firma Sheep in the Box, ambientato in un futuro prossimo in cui una coppia accoglie in casa un robot umanoide come figlio; Ryūsuke Hamaguchi porta All of a Sudden, coproduzione franco-giapponese sull’assistenza, l’ascolto e la dignità; Na Hong-jin arriva con Hope, thriller cosmico e apocalittico con Alicia Vikander e Michael Fassbender.
La Spagna si impone come una delle presenze più forti: oltre ad Almodóvar e Sorogoyen, ci sono Javier Calvo e Javier Ambrossi con La bola negra, tratto da un racconto incompiuto di Federico García Lorca, con Penélope Cruz e Glenn Close. Un film che attraversa desiderio, dolore, sessualità e memoria politica, confermando quanto Cannes continui a cercare nel cinema non solo il glamour, ma anche la ferita.
E l’Italia? Resta fuori dalla competizione principale. Una assenza che non è solo statistica, ma simbolica: mentre il festival disegna una mappa internazionale di autori, attrici e inquietudini, il nostro cinema osserva dalla soglia. Cannes, ancora una volta, non è soltanto una passerella. È un termometro. E quest’anno misura un cinema europeo nervoso, sensuale, politico, spesso familiare, quasi sempre tormentato. Un cinema che non cerca consolazione, ma attrito.




