Cammino di Santiago: turismo spirituale o ultimo tentativo di sentirsi vivi?

C’è un motivo se il Cammino di Santiago è tornato improvvisamente a occupare conversazioni, feed e fantasie collettive.
Il prossimo film di Checco Zalone, ambientato lungo il percorso, ha riacceso una miccia culturale precisa: l’idea che camminare per
centinaia di chilometri, oggi, sia meno una scelta spirituale e più una reazione. Al rumore, alla stanchezza, a una vita che non
concede tregua.

Sul Cammino non parti mai davvero per il motivo che racconti agli altri. Quella è la versione accettabile, condivisibile,
instagrammabile. La verità arriva dopo, quando il corpo comincia a fare male sul serio e la narrazione personale crolla sotto
il peso dello zaino. «Sono partito per staccare», mi dice Marco, 42 anni, Milano, ex project manager. Ride. «In realtà stavo
scappando. Ma non lo potevo dire ad alta voce». Il Cammino ha questo effetto collaterale: ti costringe a usare parole che avevi
rimosso.

Le giornate iniziano troppo presto. Alle cinque del mattino gli ostelli sono un concerto di zip, sospiri, passi stanchi.
Nessuno parla davvero, non per spiritualità, ma per sopravvivenza. Fuori è buio, l’aria è fredda. Cammini seguendo una
freccia gialla dipinta su un muro da uno sconosciuto. Fiducia cieca, senza GPS.

Dopo qualche ora il Cammino diventa un dialogo fisico: con il terreno, con il respiro, con il dolore. Le vesciche non sono un
imprevisto, sono una tappa obbligata, una specie di iniziazione laica. «Il primo giorno piangevo per il male», racconta Laura,
29 anni, Berlino. «Il terzo giorno piangevo perché non sentivo più niente». Poi aggiunge: «Camminare così tanto ti toglie la
distrazione. Non puoi scorrere la vita degli altri. Devi stare nella tua».

Negli ostelli l’intimità è forzata: dormitori affollati, letti a castello, odore di piedi, arnica e bucato umido. Non c’è nulla
di poetico, ed è proprio questo il punto. Qui la spiritualità passa da una doccia calda conquistata e da una cena condivisa con
sconosciuti che sanno già tutto di te, anche se non sanno il tuo cognome. «Non credo in Dio», dice Ana, 55 anni, Siviglia.
«Ma credo nel silenzio, perché ti dice cose che non vuoi sentire». Sul Cammino il silenzio non è una scelta, è una condizione.

Intorno al Cammino gira una narrativa tossica: quella della rinascita garantita, della risposta finale, del prima e dopo.
La realtà è più sporca, più onesta. Qui nessuno si ritrova davvero, al massimo si smette di scappare. Il Cammino non aggiunge,
toglie: comfort, identità, alibi, rumore.

Sì, è diventato social: selfie, caption illuminanti, storie motivazionali. Ma basta mezz’ora sotto la pioggia, con i piedi
fradici e il morale a terra, per capire che nessun filtro può raccontare questa stanchezza. «Pensavo di voler cambiare vita»,
mi dice Luca, 37 anni, Torino. «In realtà volevo solo capire se quella che avevo era ancora sostenibile». È una differenza
sottile, ma cruciale.

Arrivare a Santiago non è un’epifania, è una resa lenta. La piazza è piena, troppo rumore, troppa gente. Le lacrime arrivano
dopo, quando il corpo si ferma e la testa non ha più scuse. Il Cammino di Santiago non promette salvezza: non cura, non
illumina, non aggiusta. Ti lascia solo con tre cose — tempo, stanchezza, verità — e in un mondo che ti vuole sempre
performante, felice e connesso, camminare fino allo sfinimento forse è davvero l’ultimo tentativo, imperfetto, doloroso,
necessario, di sentirsi vivi.

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Slovena d'origine ma Milanese d'adozione, ama tutto ciò che è letteratura e gioca con le parole e le emozioni. Laureata in lingue e culture internazionali i libri ed un bicchiere di vino rosso sono la sua migliore compagnia.