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“Bunker” porta a Venezia l’ossessione dei super ricchi: se arrivasse la fine del mondo, chi potrebbe permettersi di salvarsi?

Una casa non basta più. Nemmeno una villa sorvegliata, un’isola privata o un jet pronto al decollo. Nel nuovo “Bunker” di Florian Zeller, con Javier Bardem e Penélope Cruz, la ricchezza raggiunge la sua forma più estrema: comprare un luogo nel quale provare a sopravvivere mentre fuori il mondo potrebbe finire.

Il film arriva alla Mostra del Cinema di Venezia 2026 partendo da una premessa quasi fantascientifica, ma sempre meno lontana dall’immaginario contemporaneo. Al centro della storia c’è un potentissimo magnate della tecnologia che commissiona la costruzione di un rifugio sotterraneo progettato per resistere a una catastrofe. Una decisione che finisce per mettere sotto pressione anche il matrimonio e trasformare la paura in una questione morale.

Perché dietro la domanda più immediata — come sopravvivere alla fine del mondo? — se ne nasconde una molto più scomoda: chi avrebbe davvero la possibilità economica di farlo?

“Bunker”, Javier Bardem e Penélope Cruz insieme a Venezia

La presenza di Javier Bardem e Penélope Cruz rende inevitabilmente Bunker uno dei titoli più osservati di questa fase della Mostra. Coppia nella vita, i due tornano a condividere lo schermo dentro una storia nella quale la relazione sentimentale viene messa alla prova da qualcosa di molto più grande della normale crisi matrimoniale.

Il punto non è soltanto il bunker.

È ciò che rappresenta.

Costruire un rifugio privato significa prepararsi alla possibilità che il mondo intorno collassi. Ma significa anche accettare implicitamente un’altra idea: io posso salvarmi anche se gli altri non possono farlo.

Ed è qui che il film smette di essere semplicemente un thriller e comincia a parlare direttamente del presente.

I bunker dei miliardari non appartengono più soltanto alla fantascienza

L’immagine del miliardario che prepara un rifugio per l’apocalisse potrebbe sembrare una caricatura cinematografica. In realtà, da anni il tema dei rifugi privati per persone estremamente ricche compare nelle cronache internazionali.

Pandemie, guerre, crisi climatica, instabilità politica, blackout, cyberattacchi e timori legati allo sviluppo incontrollato dell’intelligenza artificiale hanno alimentato un mercato della sicurezza estrema.

Non si parla necessariamente del bunker grigio e claustrofobico dei film sulla Guerra Fredda.

I rifugi contemporanei destinati ai clienti più facoltosi possono essere concepiti come residenze sotterranee di lusso, con sistemi autonomi per energia e acqua, scorte, comunicazioni e spazi pensati per permettere una permanenza prolungata.

Il concetto è cambiato.

Il bunker non deve più soltanto impedire di morire.

Deve consentire di continuare a vivere bene mentre fuori tutto va male.

Quando la disuguaglianza arriva fino alla fine del mondo

Ed è qui che Bunker intercetta una delle contraddizioni più potenti della nostra epoca.

Davanti a una catastrofe globale dovremmo essere tutti uguali.

Almeno teoricamente.

Nella pratica, anche la capacità di proteggersi dipenderebbe inevitabilmente dalle risorse disponibili.

Una famiglia normale può accumulare acqua, medicinali e qualche provvista. Un multimilionario può progettare una struttura autonoma, acquistare terreni lontani dalle grandi città e costruire infrastrutture dedicate alla propria sicurezza.

La disuguaglianza economica rischia così di trasformarsi anche in disuguaglianza di sopravvivenza.

È un’immagine estrema, ma proprio per questo efficace.

Per decenni la ricchezza è stata rappresentata attraverso ciò che permetteva di comprare: automobili, ville, yacht, gioielli.

Oggi la forma definitiva del privilegio potrebbe essere diversa.

Comprare protezione dal futuro.

Perché proprio i miliardari della tecnologia?

Non è casuale che il protagonista del film appartenga al mondo tecnologico.

La figura del tech billionaire è diventata uno degli archetipi culturali del nostro tempo: uomini che possiedono aziende capaci di influenzare comunicazione, informazione, intelligenza artificiale, trasporti e perfino l’esplorazione spaziale.

Il loro potere non deriva soltanto dal denaro.

Deriva dalla capacità di immaginare — e talvolta costruire — pezzi del futuro prima del resto della popolazione.

Da qui nasce un paradosso affascinante.

Le stesse persone che raccontano continuamente un futuro migliore sono spesso anche quelle che sembrano maggiormente interessate a proteggersi nel caso in cui quel futuro vada terribilmente male.

Ottimismo tecnologico in pubblico.

Piani di emergenza in privato.

È una contraddizione perfetta per il cinema.

Il nuovo status symbol potrebbe essere l’autosufficienza

C’è stato un tempo in cui possedere significava mostrare.

La villa doveva essere enorme perché gli altri potessero vederla. L’automobile doveva essere riconoscibile. Lo yacht doveva entrare in porto.

Il bunker funziona esattamente al contrario.

Più è efficace, meno persone dovrebbero sapere dove si trova.

È forse il lusso definitivo perché elimina persino la necessità dello sguardo degli altri.

Non serve impressionare nessuno.

Serve essere preparati.

Ed è significativo che nell’immaginario contemporaneo la ricchezza estrema venga sempre più associata non soltanto al consumo, ma all’indipendenza dai sistemi collettivi: energia privata, sicurezza privata, trasporti privati, assistenza privata, territori privati.

Il bunker porta questa logica alla conclusione più radicale.

Una società privata per quando la società non esisterà più.

E gli altri?

È probabilmente la domanda più interessante che rimane dopo la premessa di Bunker.

Se sai che sta arrivando una catastrofe e possiedi un rifugio con posti limitati, chi fai entrare?

La famiglia?

Gli amici?

I dipendenti indispensabili?

Un medico?

Chi si occupa della sicurezza?

E soprattutto: chi rimane fuori?

A quel punto il denaro non serve più soltanto a comprare il bunker. Serve a decidere chi merita un posto dentro.

La questione diventa inevitabilmente morale.

Perché prepararsi alla propria sopravvivenza può sembrare razionale. Ma farlo sapendo che milioni di altre persone non avranno la stessa possibilità cambia completamente la prospettiva.

“Bunker” parla meno dell’apocalisse che della nostra paura del futuro

Forse è proprio questo il motivo per cui una storia del genere arriva nel momento giusto.

Viviamo circondati da narrazioni sulla fine.

Crisi climatica, guerre, nuove pandemie, intelligenza artificiale fuori controllo, collasso economico, cyberattacchi. Ogni generazione ha avuto le proprie paure, ma raramente abbiamo avuto così tanti strumenti per riceverle contemporaneamente, ventiquattr’ore al giorno, attraverso lo smartphone.

Il risultato è una strana contraddizione.

La tecnologia non ci ha mai permesso di prevedere e controllare così tante cose.

Eppure il futuro non ci è mai sembrato tanto imprevedibile.

I protagonisti di Bunker reagiscono nel modo più estremo possibile: costruiscono una via di fuga.

Ma dietro cemento, sistemi di sicurezza e milioni investiti rimane una domanda che nessun patrimonio può eliminare.

Se per sentirci al sicuro dobbiamo costruire un mondo nel quale entrare da soli, che cosa stiamo realmente cercando di salvare?