C’è qualcosa di profondamente ironico nel vedere Martina Colombari trasformata, quasi mimetizzata, dentro Buen Camino, il film che sta dominando le festività e riscrivendo – ancora una volta – i record del botteghino italiano.
La domanda sorge spontanea e volutamente scomoda, perfettamente in linea con il tono del film: quante ore di trucco servono per rendere “normale” una ex Miss Italia?
Imbruttire è una parola grossa, certo. Ma il senso è tutto lì. L’ex modella arriva a questo progetto dopo una fase pubblica intensa e trasversale, tra televisione, teatro e una rinnovata centralità mediatica. Eppure, nel film più commerciale dell’anno, la sua bellezza iconica viene deliberatamente spenta, ridotta di volume, resa quasi irrilevante. Un gesto tutt’altro che scontato, soprattutto in un cinema che spesso usa l’estetica come scorciatoia narrativa.
Linda, l’ex moglie che rinnega il jet-set
In Buen Camino Martina interpreta Linda, ex moglie del protagonista: una figura che sembra uscita da una caricatura lucidissima dell’Italia contemporanea. Ex jet-set, ex frivolezza, ex lusso. Madre di Cristal, Linda è una donna che ha cambiato vita in modo radicale, sposando un intellettuale palestinese e abbracciando un’esistenza fatta di teatro impegnato, ideologia, rinuncia estetica.
Il personaggio funziona perché nasce da un cortocircuito continuo. Nella realtà Colombari ha attraversato un’evoluzione professionale graduale e consapevole. Nel film, invece, Linda cambia pelle in modo netto, quasi dogmatico, come se ogni scelta fosse una presa di posizione politica. Anche il dettaglio dei capelli grigi, lasciati naturali e ostentati, diventa una dichiarazione di intenti prima ancora che una scelta di stile.
Trasformarsi senza paura
Colombari ha raccontato la sua trasformazione con autoironia, spiegando di non aver mai vissuto come un sacrificio l’idea di apparire meno bella sullo schermo. Nessuna nostalgia, nessuna difesa dell’immagine che l’ha resa celebre. Al contrario, emerge una libertà rara: quella di potersi permettere di non piacere, di non essere rassicurante, di non essere decorativa.
In Buen Camino la bellezza non viene negata, ma messa fuori fuoco. E proprio per questo funziona. In un film che vive di eccessi, la sua presenza colpisce per sottrazione.
Un ritorno al cinema che pesa
Il film segna anche il ritorno di Martina Colombari al cinema dopo circa dieci anni. In mezzo, tanto teatro e tanta televisione, con una coerenza evidente: Colombari non ha mai avuto paura di sporcarsi, di vestirsi male, di togliere glamour ai personaggi quando la storia lo richiedeva. Lo aveva già fatto sul palco, scegliendo ruoli lontani dall’immaginario patinato con cui il pubblico l’ha sempre identificata.
Il vero cortocircuito
Il paradosso è tutto qui: nel film più commerciale dell’anno, Martina Colombari è una presenza controtempo. Non seduce, non ammicca, non consola. Esiste come elemento di disturbo, come figura che racconta un’Italia ideologica, caricaturale, ma mai casuale.
Ed è forse proprio questo il segreto della sua riuscita. In un cinema che vive di semplificazioni, la sua sottrazione è la scelta più radicale.
E, senza dubbio, la più intelligente.




