Non è un ritorno. È piuttosto una resa dei conti. Con sé stesso, con il tempo che passa, con quelle parole mai dette che prima o poi chiedono spazio. BLANCO con “MA’”, in uscita il 3 aprile 2026, firma il progetto più esposto della sua carriera: un album che non cerca di piacere a tutti, ma prova — con ostinazione — a essere vero fino in fondo.
Dimenticate l’irruenza quasi adolescenziale degli esordi. In “MA’” tutto è più controllato, ma non per questo meno viscerale. Anzi: il disco funziona proprio perché riesce a tenere insieme due tensioni opposte — la fragilità e la rabbia — senza mai scegliere davvero da che parte stare.
Il concept è dichiarato e rischioso: la madre come centro emotivo. Un tema che nella musica italiana spesso scivola nella retorica, ma qui viene trattato con una scrittura sporca, diretta, a tratti quasi scomoda. Non c’è celebrazione, non c’è nostalgia patinata. C’è piuttosto quel vuoto che si crea crescendo, quando i rapporti non si rompono ma cambiano forma.
Musicalmente, BLANCO resta fedele al suo marchio: melodie immediate, produzione istintiva, voce sempre sull’orlo della rottura. Il lavoro di Michelangelo e degli altri producer mantiene il suono in equilibrio tra pop contemporaneo, accenni rock e momenti più rarefatti, senza mai trasformarlo in qualcosa di troppo costruito. È un disco che respira, anche nelle sue imperfezioni.
Tra i momenti più interessanti spicca “Peggio del diavolo” con Gianluca Grignani: un incontro che sulla carta poteva sembrare nostalgico e invece diventa uno dei passaggi più credibili, quasi ruvido, del progetto. Diverso il discorso per “Ricordi” con Elisa, più levigato, più radiofonico, ma capace di allargare il respiro emotivo del disco.
I singoli già noti — “Piangere a 90”, “Maledetta Rabbia”, “Anche a vent’anni si muore” — trovano qui una collocazione più chiara: non sono episodi isolati, ma tasselli di un racconto che parla di crescita, perdita e tentativi di ricostruzione.
La vera domanda, però, è un’altra: questo disco segna davvero un salto artistico o è semplicemente un affinamento di ciò che BLANCO ha sempre fatto?
La risposta sta nel mezzo. “MA’” non rivoluziona il linguaggio, ma lo approfondisce. È meno immediato, meno “urlato” nel senso più commerciale del termine, e proprio per questo potrebbe dividere. Chi cercava hit facili potrebbe restare spiazzato. Chi invece aspettava un passo avanti troverà un artista che prova — davvero — a raccontarsi senza filtri.
E forse è proprio qui che il disco colpisce: non nella perfezione, ma nella sua onestà imperfetta. In un panorama dove tutto tende a essere lucidato, BLANCO sceglie ancora di lasciare le crepe visibili.
Non è poco.




