Home Fashion Bad Bunny regala magliette di Zara, ma finiscono subito su Vinted

Bad Bunny regala magliette di Zara, ma finiscono subito su Vinted

Dalla generosità al mercato del resale nel giro di poche ore. Dopo l’esplosiva esibizione all’Halftime Show del Super Bowl 2026, ha deciso di ringraziare in modo personale i dipendenti Zara che hanno realizzato il suo outfit di scena, regalando loro le T-shirt indossate durante lo show. Un gesto pensato come ringraziamento, che però si è trasformato rapidamente in un caso.

La maglietta in questione è una T-shirt oversize color panna, con il numero 64 sul davanti e la scritta Ocasio sul retro, il vero cognome dell’artista. Un capo dal forte valore simbolico: secondo alcune interpretazioni il numero sarebbe un omaggio all’anno di nascita della madre, per altre un riferimento familiare legato al football. A rendere il regalo ancora più speciale, un biglietto autografato, firmato semplicemente “Benito”, con parole di gratitudine rivolte al team creativo.

Il dono era destinato ai dipendenti dell’headquarter Zara di La Coruña, come riconoscimento per il lavoro svolto dietro le quinte di uno degli eventi più seguiti al mondo. Ma l’idea romantica ha avuto vita breve. Poco dopo la consegna, alcune delle magliette sono comparse su Vinted, trasformate in oggetti da collezione.

I prezzi hanno fatto discutere: alcune inserzioni superano i mille euro, soprattutto quando includono anche il biglietto firmato. Una cifra che ha acceso il dibattito social tra chi difende la scelta di monetizzare un oggetto di alto valore commerciale e chi invece critica la decisione di svuotare il regalo del suo significato originale.

La notizia, inizialmente accolta con entusiasmo come esempio di attenzione verso i lavoratori, ha così cambiato tono, diventando l’ennesima dimostrazione di come l’universo delle celebrity e quello del collezionismo possano trasformare qualsiasi gesto in un’occasione di business.

Bad Bunny, reduce dal successo globale del Super Bowl, non ha commentato la vicenda. Resta una domanda aperta: quando un regalo diventa merchandising, il valore affettivo resiste o viene inevitabilmente travolto dal mercato?