Nel 2026 dire “sto sulle app di incontri” dovrebbe avere lo stesso peso specifico di “ho scaricato un’app per contare i passi”. E invece, ogni volta che a dirlo è una persona famosa, parte la solita liturgia: titoloni, sopracciglia alzate, finta sorpresa e quel retrogusto moralista da “eh ma ai nostri tempi”.
In mezzo a questo teatro dell’imbarazzo, Arisa ha fatto una cosa piuttosto rara: l’ha detta liscia. Sì, usa le app di dating. E non solo per cercare l’amore con la “A” maiuscola, ma anche per chiacchierare, esplorare, passare il tempo. Una specie di social più protetto, dove puoi parlare con persone che spesso non sanno nemmeno chi sei. Che, per una che vive sotto i riflettori, è quasi fantascienza.
Le app di incontri non sono più un tabù: sono un termometro sociale
Le dating app oggi non sono solo il regno del “cosa cerchi qui?” e del “scrivimi su Instagram”. Sono diventate un posto dove l’umanità si presenta in pigiama emotivo: ansie, desideri, solitudini, curiosità. Ci si entra per un appuntamento e si finisce a parlare di vita alle 2 di notte con qualcuno dall’altra parte del mondo. Oppure si scorre per dieci minuti e si chiude tutto perché la realtà, a volte, è più leggera del catalogo.
Il punto è che il matching non è sempre romanticismo. Spesso è solo un modo contemporaneo per dire: “ho voglia di essere visto per un attimo, senza dover dimostrare niente”.
Arisa e il bisogno di anonimato: quando essere “nessuno” è un lusso
Quando sei una celebrità, l’idea più rivoluzionaria non è l’amore: è l’anonimato. Le app di incontri, se usate con criterio, possono diventare una bolla dove smetti di essere “il personaggio” e torni a essere una persona che parla con un’altra persona. Fine.
Arisa lo racconta senza costruire una narrazione da romanzo rosa: per lei quelle chat sono anche spazio di conversazione. Un posto dove non è obbligatorio arrivare al famoso “vediamoci”, perché non tutte le connessioni devono trasformarsi in una storia. A volte basta il dialogo. A volte basta non sentirsi soli. A volte basta che qualcuno risponda.
Il vero scandalo non è il dating: è la nostra idea di “solitudine”
La confessione (che confessione non è) di Arisa finisce per parlare di una cosa più grande: la solitudine non come sconfitta, ma come condizione con cui imparare a convivere. Lei stessa racconta un percorso di lavoro su di sé, la capacità di stare bene anche da sola, e insieme il desiderio – normalissimo – di legami. Perché sì, si può essere centrati e comunque voler parlare con qualcuno. Non è incoerenza: è essere umani.
E poi c’è una verità poco glamour ma solidissima: tutti, in un modo o nell’altro, cercano accoglienza. Chi la cerca in una canzone, chi in un abbraccio, chi in una chat che dura cinque messaggi. È la stessa fame, cambiano solo i luoghi.
Morale (se proprio ne vogliamo una)
Le app di incontri non sono il futuro: sono il presente. E se perfino Arisa le usa “anche per passare il tempo”, forse possiamo smettere di trattarle come un vizio segreto e iniziare a vederle per quello che sono: uno strumento. A volte utile, a volte deprimente, a volte sorprendentemente tenero.
Il resto è rumore. E, come sempre, la parte interessante non è lo scandalo: è la normalità.




