Alberto Tozzi, l’influencer più seguito della Generazione Z e la sua verità sull’ADHD: “Non ero svogliato, solo diverso”

Ci sono confessioni che non fanno rumore, ma cambiano il modo in cui ci guardiamo. Quella di Alberto Tozzi, creator amatissimo della Gen Z, è una di queste. In un video intimo e sincero pubblicato su YouTube, ha deciso di aprirsi con la sua community raccontando una parte di sé che per anni aveva taciuto: da sempre convive con l’ADHD, il disturbo da deficit di attenzione e iperattività.

“Ero agitato a stare in classe, mi muovevo tanto, parlavo con i compagni, e le prof non hanno mai visto questa cosa di buon occhio”, confessa. Non pigrizia, non disinteresse. Solo un cervello che funziona in modo diverso, più veloce, più irrequieto, ma anche straordinariamente creativo.

Un cervello che corre più in fretta

L’ADHD non è una “malattia”, come molti credono, ma un diverso modo di percepire e reagire al mondo. Si tratta di un disturbo del neurosviluppo che influenza la capacità di concentrazione, organizzazione e controllo dell’impulsività, regolato da due neurotrasmettitori chiave: dopamina e noradrenalina.

Chi convive con questa condizione può sperimentare:

  • difficoltà nel mantenere l’attenzione a lungo;
  • tendenza a distrarsi o a rimandare i compiti;
  • irrequietezza mentale o fisica;
  • una forte impulsività, anche nelle parole;
  • e spesso, un senso di colpa per non riuscire a “stare dentro” le regole degli altri.

Ma dietro a quella apparente disorganizzazione si nasconde spesso una mente brillante, capace di trovare soluzioni dove altri vedono solo caos.

Da etichetta a risorsa

A scuola, l’ADHD può diventare un marchio ingiusto: “svogliato”, “disattento”, “impossibile da gestire”. Eppure, chi ne soffre non ha meno valore o meno intelligenza. È solo una questione di ritmo — quello del cervello, che va più veloce, che si annoia se non trova stimoli, che esplode di idee e di energia.

Per questo, molte persone con ADHD trovano la loro dimensione nel mondo creativo, nell’improvvisazione, nel cambiamento continuo.

La rivoluzione del raccontarsi

Con il suo racconto, Alberto Tozzi ha fatto qualcosa di importante: ha dato un volto umano a una sigla che per molti resta misteriosa.
Ha normalizzato una condizione che non definisce chi sei, ma spiega solo perché a volte ti senti “fuori tempo” rispetto agli altri.

E mentre sempre più creator — come Rebecca Parziale o Alice Perego — scelgono di parlare apertamente di neurodivergenze, il messaggio è chiaro: la diversità non è un difetto, ma una sfumatura dell’essere umano.

In un’epoca in cui la perfezione sembra l’unica misura possibile, ammettere di avere l’ADHD non è una debolezza: è un atto di coraggio.
E Alberto Tozzi, con il suo sorriso e la sua leggerezza, ce lo ricorda: a volte, per conoscersi davvero, basta smettere di giudicarsi.

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