Se n’è andato a 78 anni Stefano Benni, scrittore, giornalista e drammaturgo che ha saputo trasformare la letteratura in un gioco serio, capace di strappare sorrisi e allo stesso tempo di svelare le contraddizioni più profonde del nostro Paese. Per i suoi lettori resterà sempre il “Lupo”: libero, ironico, ribelle.
La comicità come rivoluzione
Benni non scriveva semplicemente per divertire. Nei suoi romanzi l’umorismo diventava un gesto politico, un atto di resistenza civile. Con “Bar Sport” (1976), il suo esordio diventato cult, seppe raccontare un’Italia di provincia popolata da figure paradossali e memorabili. È in quelle pagine che nacquero la Luisona, “decana delle paste”, o il mitico “ragazzo che al flipper non perde mai”. Personaggi che ancora oggi sono simbolo dell’assurdo quotidiano.
In un’intervista Benni disse: “L’ironia non è un modo di prendere alla leggera, ma di capire meglio le cose serie.” Una frase che riassume la sua poetica: usare la risata per guardare più a fondo.
I mondi paralleli della fantasia
Con “La compagnia dei celestini” (1992), Benni costruì un universo in cui i bambini diventano eroi di partite leggendarie. Ma dietro la favola calcistica c’era una denuncia contro un sistema che esclude i fragili, celebrando la competizione a tutti i costi. In quelle pagine scrisse: “Giocare non è solo vincere. È condividere il sogno, anche se perdi.”
Nei suoi libri, dal visionario “Baol” fino a “Saltatempo”, le storie si intrecciavano sempre con la realtà sociale, regalando ai lettori un linguaggio che era un mosaico di invenzione, poesia e satira.
Le voci degli ultimi
Benni aveva un’attenzione particolare per gli esclusi, i dimenticati, gli eccentrici. Nei suoi racconti si trovano donne coraggiose, vecchi saggi, ragazzini emarginati, animali parlanti e creature fantastiche. Tutti accomunati dalla forza della differenza, che diventava la vera arma contro la mediocrità del mondo.
Come scrisse in Saltatempo: “Non avere paura del futuro. È solo il passato che ti prende alle spalle.” Una lezione di coraggio e di immaginazione.
Una voce unica nella cultura italiana
Autore pubblicato da Feltrinelli, Benni fu anche drammaturgo, sceneggiatore e collaboratore di riviste come Linus, L’Espresso e la Repubblica. Ha scritto testi per il comico Beppe Grillo, portato in scena spettacoli che mescolavano satira e poesia, collaborato con musicisti e attori. Sempre fedele al suo stile, che non si piegava alle mode ma sapeva rinnovarsi senza perdere identità.
Il critico Goffredo Fofi lo descrisse così: “Pacato ma anche duro quando necessario, non sembrava mai dettato da disprezzo o da malizia.”
L’eredità del “Lupo”
Negli ultimi anni, a causa di problemi di salute, Benni aveva scelto una vita più appartata. Ma le sue parole continuavano a viaggiare: nei teatri, nelle scuole, tra i giovani lettori che scoprivano i suoi libri come si scopre un amico segreto.
E forse l’omaggio più autentico è racchiuso in una delle sue frasi più amate:
“La vita non si spiega, si racconta.”
Con la sua scomparsa, l’Italia perde non solo uno scrittore amatissimo, ma un maestro di immaginazione. Un uomo che ha saputo dimostrare che ridere è, spesso, il modo più serio per resistere.




