A 74 anni appeso nel vuoto sulla Paganella: Mauro Corona è la prova vivente che la vecchiaia è solo una parola

Imbragato, sospeso nel vuoto, con la forza nelle braccia e il sorriso sulle labbra. A 74 anni, Mauro Corona non si limita a scalare pareti: frantuma pregiudizi, sbriciola stereotipi e ride in faccia al tempo. Non per esibizione, ma per coerenza. Perché l’uomo che ha fatto della montagna una scuola di vita, non può che continuare a salirla. Anche quando tutti gli altri scendono.

La foto, scattata sulla via ferrata delle Aquile sulla Paganella, lo mostra mentre si appende — letteralmente — al cartello in ferro battuto della cima. È un gesto simbolico, istintivo, che dice molto più di mille interviste: Mauro Corona è ancora lì. Aggrappato alla roccia. E alla vita.


“Fare fatica è voler bene a ciò che si fa”

Non è solo una frase. È un credo. Uno di quelli che non si appendono in cucina accanto ai fiori secchi, ma si incidono sulla pelle, sulle mani, sulla schiena. Mauro Corona l’ha detto più volte: “Quando vango la terra con fatica, voglio bene alla terra, e lei lo sente.” Una dichiarazione d’amore alla materia, al lavoro fisico, al sacrificio. Un pensiero che oggi — in un mondo che corre verso il soft, lo smart, il light — suona rivoluzionario.

Per lui la fatica è il cemento dell’anima. “Io non ho mai avuto un fisico bestiale. La mia forza è sempre stata la voglia di andare avanti. Ho lavorato in cava, ho scolpito per ore, ho scalato pareti ghiacciate, ma non per gloria. Per vivere.”


Il corpo come mezzo, non come estetica

La fotografia sulla Paganella racconta tutto questo senza parole. Il suo corpo, asciutto, nervoso, temprato, non è l’effetto di un abbonamento in palestra, ma il risultato di decenni di lavoro vero. Eppure, Mauro non se ne vanta: “Lavorando duro, si ottiene un corpo forte. Ma il corpo è solo uno strumento. La testa viene prima.”

Non ci sono filtri. Non ci sono allenatori personali, né diete macrobiotiche. Solo imbrago, corda, montagna. E un uomo che, anche con più di settant’anni sulle spalle, continua a dire al mondo che il tempo, se non lo insegui, si ferma ad aspettarti.


“Non sopporto quelli che piagnucolano. Ci vuole disciplina”

Corona non è tenero con le nuove generazioni, ma non parla mai per disprezzo. Parla per scuotere. “I ragazzi sono intelligenti, ma spesso mancano di disciplina. Vogliono tutto subito, ma la vita è una costruzione lenta. Serve silenzio, serve fatica, serve umiltà.” Parole che fanno male, certo, ma forse perché vere.

La sua generazione non ha avuto app. Ha avuto la fame. Non ha avuto corsi di crescita personale, ha avuto il bisogno. Eppure — o forse proprio per questo — ha imparato a resistere. “Il terrore costringe all’amicizia e alla solidarietà,” ha detto in un’intervista. E non è un aforisma, è un’esperienza.

Una generazione che non si lamenta. Agisce.

La foto sulla Paganella non è un’impresa sportiva. È un atto politico, nel senso più profondo. È la dimostrazione che la resistenza è una scelta quotidiana, non un’etichetta. Che la forza non ha età, ma intenzione. E che l’uomo non è mai davvero vecchio finché ha ancora un motivo per salire.

Corona, d’altronde, non ha mai cercato di piacere. Ha sempre cercato di esserci. “Sono un artigiano della sopravvivenza,” ha detto. E chi lo conosce lo sa: non è una posa. È una condanna e una liberazione insieme.

L’ultima provocazione è restare vivi. Davvero.

Mentre il mondo scivola nell’arte dell’autoassoluzione, Mauro Corona è lì, appeso a una trave, che ci dice — col corpo prima che con le parole — che si può ancora avere fame di aria, di roccia, di verità. Nonostante gli anni. O forse proprio grazie agli anni.

E allora quella foto diventa una lezione. Un monito. Un grido silenzioso: alzati, vai, resisti. Perché la vita non è uno status da aggiornare. È qualcosa a cui tenersi aggrappati. Con tutte le forze.

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Appassionato di tecnologia ed insegnante di matematica. Crede che la vita sia un'equazione binaria. Si occupa di sostenibilità ed immagina un futuro ad emissioni zero.