Non nasce come progetto di contorno, né come biglietto da visita costruito a tavolino. “Tana” arriva come arrivano le cose necessarie: nel momento in cui non possono più essere rimandate. Il primo album ufficiale di Angelica Bove, in uscita venerdì 30 gennaio per Atlantic Records / Warner Music Italy, non accompagna semplicemente un debutto, ma mette a fuoco una voce che ha scelto di esporsi prima ancora di essere pronta.
Il disco segna un passaggio netto nel percorso dell’artista romana classe 2003 e anticipa l’appuntamento più visibile: il Festival di Sanremo 2026, dove Bove sarà in gara tra le Nuove Proposte con “Mattone”, il brano che le ha aperto le porte dell’Ariston dopo la vittoria a Sanremo Giovani e un’immediata risposta del pubblico, culminata con il primo posto nella Viral 50 di Spotify.
“Tana” è un lavoro che si muove per sottrazione. La direzione artistica di Federico Nardelli, condivisa nella scrittura con Matteo Alieno e la stessa Bove, privilegia arrangiamenti essenziali, strumenti reali e una costruzione sonora che lascia spazio alla voce, vero centro emotivo del progetto. Tra cantautorato e suggestioni soul contemporanee, l’album mantiene una coerenza narrativa che attraversa ogni traccia.
Ad aprire questo capitolo è proprio “Mattone”, una canzone che non cerca metafore accomodanti e che ha trovato una seconda vita nella versione orchestrale realizzata con l’Orchestra e il coro del Conservatorio “Luigi Boccherini” di Lucca, diretti dal maestro Valeriano Chiaravalle. Un’esecuzione che ha trasformato il brano in un’esperienza sonora e visiva, amplificandone il peso emotivo.
Con un timbro graffiante e profondo, Angelica Bove usa la scrittura come strumento di esposizione totale. In “Tana” racconta fragilità, smarrimento e desiderio di protezione senza cercare scorciatoie narrative. Le sue canzoni non chiedono identificazione immediata, ma costruiscono uno spazio in cui riconoscersi, pezzo dopo pezzo.
Il 2026 diventa così l’anno della messa a fuoco: il debutto discografico e il palco di Sanremo non come traguardi, ma come conseguenze. Perché “Tana” non nasce per presentarsi. Nasce per restare.




