Valeria Bruni Tedeschi irriverente, scandalosa ma perfetta Duse: il film che fa infuriare i puristi

Poche figure nella storia del teatro hanno avuto un’aura tanto leggendaria quanto Eleonora Duse. Attrice schiva e modernissima, capace di trasformare la recitazione in un atto quasi spirituale, fu l’antitesi della spettacolarità urlata della sua epoca. Portava in scena il silenzio, le pause, la verità di un’anima ferita. A distanza di oltre un secolo, tradurre questa grandezza sul grande schermo è un atto quasi temerario. Eppure, Valeria Bruni Tedeschi non ha esitato a raccogliere la sfida, offrendo un’interpretazione che ha già acceso uno dei dibattiti più infuocati della stagione cinematografica.

Da un lato, il film è stato accolto con ovazioni e lacrime: chi lo ha visto parla di un’esperienza quasi mistica, un incontro tra due anime affini. Dall’altro, la critica più conservatrice lo ha bollato come “un tradimento”, accusando Bruni Tedeschi di essersi troppo piegata al proprio stile nevrotico, di aver usato la Duse come specchio per raccontare se stessa. Non è mancato chi, dalle colonne di alcune testate, ha parlato di “profanazione del mito”, sottolineando come l’interpretazione rischi di ridurre la Duse a una caricatura fragile, incapace di restituirne la grandezza.

Eppure, guardando il film, appare chiaro che proprio in questa irriverenza risiede la sua potenza. Valeria Bruni Tedeschi non tenta mai di imitare. Non veste i panni dell’icona con deferenza museale, ma li lacera, li abita, li rende scomodi. La sua Duse è scandalosa, perché rifiuta l’idea di un monumento intoccabile: mostra il dolore, la malattia, la dipendenza emotiva, la solitudine che ha consumato una donna prima ancora che una diva. È una Duse vulnerabile, disturbante, e dunque straordinariamente viva.

La regia accompagna questo scarto con scelte radicali: pochi orpelli scenografici, luci crude, primi piani ossessivi. Non un biopic rassicurante, ma un film che scava, che toglie strati, che lascia il pubblico nudo di fronte a un’umanità in frantumi. Alcune scene hanno diviso profondamente gli spettatori: una in particolare, in cui la Duse si guarda allo specchio senza parrucca, fragile e devastata, è stata definita da alcuni “un oltraggio”, da altri “una rivelazione necessaria”.

Il paradosso è che proprio il gesto che irrita i puristi — l’aver tolto l’alone di sacralità alla Duse — finisce per restituirla alla sua verità. Perché Eleonora, la “divina” che rifiutava il trucco e i costumi fastosi, che saliva sul palco in abiti quotidiani, non avrebbe forse apprezzato questa sottrazione estrema? Bruni Tedeschi la interpreta con un corpo tremante, con un’emozione che spesso sconfina nel dolore personale, e in questo intreccio tra attrice e personaggio trova la chiave di un ritratto che non vuole essere fedele, ma autentico.

Il pubblico si divide, e questo è già un successo. La Duse non poteva tornare al cinema come un’icona docile, da celebrare senza rischiare. Doveva ferire, dividere, costringere a discutere. Valeria Bruni Tedeschi l’ha capito e ha scelto di sporcarsi le mani. Per alcuni sarà sempre un sacrilegio. Per altri, l’interpretazione definitiva. Ma nessuno, dopo aver visto questo film, potrà dire di non essere stato toccato.

E in fondo è questa la vera eredità di Eleonora Duse: non lasciare mai indifferenti.

 

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Appassionato di tecnologia ed insegnante di matematica. Crede che la vita sia un'equazione binaria. Si occupa di sostenibilità ed immagina un futuro ad emissioni zero.