The legend of Tarzan: la recensione dell’ultimo film diretto dal regista di Harry Potter

È trascorso molto tempo dalla sua integrazione nel mondo degli uomini. Adesso ha un portamento regale e veste pregiati abiti civili d’alta sartoria, ma un pezzo dello spirito di John Clayton III, Lord di Greystoke, alias Tarzan, signore delle scimmie, apparterrà per sempre alle profondità della giungla africana, come ci racconta il suo selvatico sguardo di ghiaccio.

“The Legend of Tarzan” diretto da David Yates (noto soprattutto per aver girato il maggior numero di capitoli cinematografici della saga di “Harry Potter”) attinge qua e là dalla massiccia mitologia tarzaniana di stampo letterario cercando di accorparla sia con taluni aspetti del “Tarzan” disneyano (quali la somiglianza di Margot Robbie nei panni di Jane Porter con la Jane del cartone animato oppure la divertente lettura del primo faccia a faccia tra quest’ultima e Tarzan) che con l’introspezione di “Greystoke – La leggenda di Tarzan, il signore delle scimmie” del 1984. Ciò malgrado, benché non ci sia nulla da ridire sulla riproposizione degli stilemi della casa di Topolino, della struggente malinconia di “Greystoke” con protagonista Christopher Lambert ve n’è ben poca traccia. È lodevole come gli sceneggiatori Craig Brewer e Adam Cozad si siano impegnati ad intrecciare saldamente le nuove avventure dell’uomo scimmia con un preciso affresco storiografico realmente accaduto; e la scelta si conferma anche interessante. In “The Legend of Tarzan” lo spettatore sale sul treno a vapore della storia per poi viaggiare attraverso l’elegante Londra della seconda metà dell’Ottocento; il colonialismo europeo ed i coraggiosi esploratori di quell’epoca; ma persino la schiavitù, la guerra civile americana e la scoperta di primitive tribù africane, e delle loro antiche usanze.

Il film quindi, forte del fervente momento storico ove è ambientato, nell’insieme incuriosisce e soddisfa sufficientemente la nostra vista e le nostre orecchie (le sequenze che si svolgono in Africa sono accompagnate da congeniali sonorità tribali). Per l’appunto, Yates dirige ottimamente la nuova versione della figura di Tarzan, alternando suggestive riprese del territorio africano, ad una regia quasi teatrale ed a scene d’azione abilmente confezionate. Tuttavia, “The Legend of Tarzan” sembra pressoché un bel quadro ottocentesco pensato da un grande pittore che ne ha tracciato una bozza, ma purtroppo portato a termine da un dilettante, visto lo scadente valore della computer grafica che si paventa nel corso dell’intera pellicola. La trama disporrebbe pure di un coinvolgente filo conduttore, sennonché Christoph Waltz non riesce proprio a distaccarsi dall’astuto Colonnello Landa di Tarantino (“Bastardi senza gloria”) e tutto rimane troppo in superficie (nonostante il personaggio di Tarzan calzi come un guanto allo svedese Alexander Skarsgård e la buona sintonia di lui con la Robbie) declassando il film di Yates ad una buona opera d’intrattenimento in costume d’epoca che manca però di un intimismo più intenso.

Gabriele Manca