Retrospettiva: Il silenzio dei vivi di Elisa Springer

Uno dei racconti che arricchisce la vasta bibliografia sulla tragica vicenda storica dell’Olocausto è certamente Il silenzio dei vivi, toccante esperienza diretta dell’autrice, Elisa Springer, che fu deportata nei campi di concentramento quando era una ragazza.

Nel testo, però, non sono narrate soltanto le vicende legate a tale evento storico, ma viene fatto riferimento anche alla vita della stessa protagonista prima e dopo i drammatici episodi nazisti, quasi a voler sottolineare una sorta di continuità, un considerare fatti del genere come parte della vita e a essi in qualche modo render grazie per tutto ciò che di buono è potuto scaturire in futuro.

La “vergogna” dei segni lasciati sulla pelle della Springer, così come ormai tante volte siamo stati abituati a sentire anche per gli altri ebrei superstiti della stessa Storia, non potevano restare indifferenti ai posteri, e nel racconto di ciò che a essi è legato, dopo la tristezza, lo sdegno e l’amarezza, i cuori puri trovano spazio per tentare di ricostruire il bene, la pace e la speranza.

Dopo la delizia nel leggere i bei ricordi legati all’infanzia e alla fanciullezza dell’autrice, trascorse in una fervida Vienna d’inizi Novecento, viene lasciato posto al dolore provato per imprescindibile empatia nel ripercorrere certe pagine di Storia, in cui Elisa Springer “visita” i vari lager, da Auschwitz-Birkenau a Theresienstadt, fino alla salvezza in Italia, dove ha vissuto fino alla morte, avvenuta nei primi anni duemila, assieme alla famiglia che è riuscita a costruirsi dopo la buia parentesi.

Ciò che vale la pena evidenziare, tuttavia, è quello che si evince dalle parole della protagonista, che non sono cariche di odio e rancore come ci si potrebbe normalmente aspettare in certi casi, ma portano con sé una consapevolezza della vita che soltanto chi ha vissuto esperienze tanto forti può avere.

Patrizia Pecoraro