Recensione: Zero Theorem – Tutto è vanità”

Sono ore e ore che state navigando in rete intenti ad ascoltare la canzone del momento su You Tube, a postare foto sul vostro profilo di Instagram, a twittare un vostro parere su un fatto accaduto in giornata e ad esprimere il vostro gradimento su una pagina di Facebook seduti davanti al vostro personal computer oppure sdraiati comodamente sul divano di casa vostra impugnando fra le mani il vostro sofisticatissimo telefono cellulare di ultima generazione, ignari che tutto ciò potrebbe rivelarsi l’anticamera di un domani interamente scandito dalle edonistiche tecnologie informatiche che ormai tutti conosciamo, dove l’individualismo e l’autoaffermazione sono l’unica, e sola ragione di vivere, persino a scapito del prossimo.
In “The Zero Theorem – Tutto è vanità” l’eccentrico Terry Gilliam (“L’esercito delle 12 scimmie”) immagina un grottesco e possibile futuro prossimo, un futuro che è anche metafora del presente, in cui ogni individuo è preso unicamente da sé stesso, totalmente avulso dalla realtà ed assolutamente impreparato a relazionarsi con gli altri se non mediato da un muro digitale. Sarà quindi la necessità di Qohen Leth (interpretato da un bravissimo Christoph Waltz, che finalmente sveste i panni dello scaltro nemico per quelli di un’anima solitaria e bonaria) di voler comprendere il vero senso della vita che si andrà a contrapporre ad un contesto in cui lo spirito viene sopraffatto dalla spasmodica ricerca del successo e dalla spersonalizzante frenesia lavorativa.
Presentato alla 70ª edizione del Festival di Venezia nel 2013, “The Zero Theorem”, vuoi per i magri incassi maturati precedentemente, vuoi per la difficoltosa digestione della pellicola, nel nostro paese ha avuto un travagliato processo distributivo uscendo nel luglio del 2016, invece che nell’anno prestabilito, ovvero nel 2014.
Il film ci racconta, sì, un’interessante divinazione di una società alienante, apatica, asettica e che crede soltanto nel Dio dell’avidità attraverso l’autoriale regia psichedelica di Gilliam, e l’ottima prova di Waltz. Ciò nonostante, la nuova fatica cinematografica di Terry Gilliam pecca di uno scioglimento narrativo esageratamente intellettualistico (quasi saggistico) e di un’eccedenza allucinatoria che di certo molti cinefili più edotti apprezzeranno forzatamente (nel timore di essere presi di mira dagli altri cinefili), ma la verità è che il messaggio veicolato da “The Zero Theorem – Tutto è vanità” lo coglieranno alla perfezione, peccato che in loro non susciterà alcun tipo di emozione.

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