Recensione: “The Defenders” la Marvel sbarca su Netflix in grande stile

Il progetto sembrava così lontano quando uscì la prima stagione di “Daredevil” nell’aprile del 2015, il primissimo tassello del Marvel Cinematic Universe firmato Netflix. Eppure ecco arrivare dal 18 agosto di quest’anno “The Defenders”, l’attesissimo crossover che vede convergere le storyline di Daredevil, Jessica Jones, Luke Cage e di Iron Fist, ovvero gli eroi dei bassifondi del “Netflix Universe”.

Indubbiamente uno dei punti di forza di “The Defenders” è lo straordinario equilibrio di questa serie televisiva di matrice supereroistica. “The Defenders” è come una bella torta suddivisa in quattro parti perfettamente uguali, ove in ciascuna puntata ad ogni eroe viene porta un’equa fetta di protagonismo, senza che il flusso narrativo di uno prevarichi su quello degl’altri. In sostanza assistiamo ad uno sfruttamento armonico dei supereroi coinvolti, ma anche ad un’intersecazione delle varie trame di ciascuno di quest’ultimi non prima di un’ampia e corposa giustificazione che vada a motivarne un loro incontro.
La miniserie in questione, composita da appena otto episodi, è un “The Avengers” più sporco e più cattivo, decisamente più violento e a tratti quanto mai cinico (che ci vogliamo fare, quella Jessica Jones ha la lingua più tagliente di un rasoio), che non trova il suo gioco forza nella magniloquente spettacolarità visiva alla stregua dei film con Iron Man e soci, ma piuttosto nella fibra di un racconto molto interessante, delineato da intrighi, dialoghi ben strutturati, da un completamento della psicologia di quegli stessi personaggi che abbiamo imparato a conoscere nei loro precedenti stand alone e che sbriglia certi foschi nodi venuti al pettine in “Daredevil” ed in “Iron Fist”.
Tuttavia “The Defenders” si distingue persino per un comparto tecnico decisamente competente: basti pensare alla preservazione fotografica dei toni cupi, delle tinte noir e della luce giallo opaca che avvolgono rispettivamente “Daredevil”, “Jessica Jones” e “Luke Cage” (“Iron Fist” non si distingueva per una fotografia particolarmente riconoscibile) finché i nostri supereroi metropolitani agiscono separatamente, per giungere in seguito ad una neutrale cromatura quando il team dei Defenders si è ormai compattato; al trascinante uso delle panoramiche durante un’incalzante sequenza di dibattito girata attorno ad un’imbandita tavola da pranzo in uno dei tanti ristoranti cinesi di New York City; oppure ai due avvincenti piani-sequenza dove i Difensori se le danno di santa ragione in un rude duello senza esclusione di colpi contro i membri dell’antica organizzazione criminale della Mano (una delle due è una lapalissiana allusione al piano-sequenza della battaglia di New York consumatasi in “The Avengers”). Chapeau.
Oltretutto in “The Defenders” i molteplici comprimari dei quattro superprotagonisti non vengono abbandonati, bensì partecipano attivamente allo scioglimento della trama e ne allargano il range delle sue sfumature.
Probabilmente l’unico cavillo di questa serie sono gli antagonisti, sicuramente ben incastonati dagli sceneggiatori entro gli eventi che si susseguono in “The Defenders” e taluni sicuramente in possesso di un’affascinante personalità, ma talvolta impiegati con un pizzico di superficialità (quando si dispone di un’attrice come Sigourney Weaver, qui nei panni di Alexandra Reid, una delle cinque dita della Mano, andrebbe meglio gestita, cosa che non è accaduta nel presente contesto).
Malgrado questo “The Defenders” è un’eccellente amalgama fra arti marziali e lotta di strada, che si prende tutto il tempo necessario per posizionare le varie pedine in campo, per poi successivamente procedere speditamente sino al climax finale e che nonostante si concentri su una coralità di personaggi (a differenza dei più giocosi Avengers) non rifiuta il taglio precipuamente drammatico, evitando di deragliare erroneamente dalle atmosfere viste fino ad ora nel Marvel/Netflix Universe, che in quanto a qualità, rispetto alle serie ad esso collegate, si colloca soltanto qualche gradino al disotto delle due stagioni dedicate al diavolo di Hell’s Kitchen. TUTTO MOLTO MOLTO CAZZUTO.

Gabriele Manca