Recensione: Suburra – il lato oscuro di Roma capitale

Tanti si sono chiesti, ma che cos’è Suburra? È una vicenda vera? È una storia inventata?…. Beh! Se vi dicessi, che è un po’ ed un po’, vi risulterebbe tutto più chiaro? Tratto dall’omonimo romanzo di Carlo Bonini e Giancarlo De Cataldo, Suburra è l’allegoria della corruzione imperante nel nostro caro paese. Sia nel libro, che nella pellicola, viene messa alla berlina Roma capitale ed i loschi interessi, fittizi, anche se plausibilissimi, di boss criminali, politici e delle gerarchie più alte dello stato Vaticano, il tutto inserito in un arco storico-politico realmente accaduto, inerente alla caduta del governo Berlusconi nel novembre del 2011. Alla regia figura Stefano Sollima, già cimentatosi con tematiche di questo genere con le due serie TV Romanzo criminale e Gomorra. Perché proprio il titolo Suburra? La Suburra, nell’antica Roma, corrispondeva ad un quartiere popolato per buona parte da cittadini del sottoproletariato, che spesso e volentieri fu teatro di crimini e immoralità. Quindi, quale denominazione migliore di questa, per sintetizzare in un’unica voce la dissolutezza dei protagonisti. Lo sviluppo della trama viene scandita in otto giorni. Otto giorni che separano i personaggi dalla venuta dell’apocalisse, una metafora, quest’ultima, dello schianto del governo berlusconiano, figura retorica rafforzata inoltre dallo scrosciante acquazzone che si abbatte il 12 novembre (ossia, l’ottavo giorno) su tutta la capitale, sommergendola, alludendo sia a L’Apocalisse di Giovanni, l’ultimo libro del Nuovo Testamento, per quanto concerne la titolatura e gli eventi, che al Diluvio Universale della Genesi, relativamente alla pioggia che cade incessante ed implacabile sulla città, come purificatrice dell’oramai viziato animo umano, e come punizione divina per i misfatti compiuti. In Suburra, non ci sono personaggi impavidi e senza macchia, risolutori con la loro bontà, onestà ed il loro impegno, della malavita che affligge il panorama nostrano. Nel film, nessuno si salva, persino i più compiti uomini di chiesa. Tutti, e dico tutti, agiscono per rimanere a galla, per proteggere la propria persona, ma soprattutto per preservare i propri interessi. Ciascun individuo, chi più o chi meno, concorre all’abbruttimento della società in cui vivono, smarrendone anche la più minima speranza di redenzione, compresi quelli che di primo acchito sembrerebbero i più ben intenzionati. Nel presente affresco, che il pesce più piccolo venga mangiato da quello più grosso non si dimostra sempre una regola fissa. Semplicemente, è categorico guardarsi bene da tutti, in quanto, chiunque ha dentro di sé un lato oscuro che potrebbe paventarsi in qualsiasi momento, ed in quanto, sono le situazioni e le circostanze, e non tanto il potere che si ha, che fanno realmente la differenza. IL CONTO DA PAGARE SPETTA POTENZIALMENTE A TUTTI. Il film, è un noir in piena regola, un gangster movie dalle tinte pulp, caratterizzato da una fotografia dai toni fortemente accesi nelle location degli Anacleti (un clan di zingari), per evidenziarne l’opulenza e gli eccessi di una famiglia arricchitasi con azioni criminose, che vuole palesare materialmente la sua ascesa, senza però mai riuscire a dimostrare una loro evoluzione come malavitosi di maggior classe. Sono, e sempre rimarranno, delle bestie dai gesti e dai mezzi grevi, che il denaro, ed il benessere che porta con sé, non li ha resi di certo più civilizzati. Tuttavia, della stessa cromatura dei luoghi degli Anacleti, lo sono pure gli interni vaticani, persino codesti per la smisurata ricchezza della chiesa e per sottolinearne oltretutto il suo non così diafano candore.

Il parterre di attori è ampio e di talento. Vi abbiamo un sempre in parte Pierfrancesco Favino, il camaleontico Elio Germano, Greta Scarano e Giulia Elettra Gorietti. Fra le prove più degne di nota vi sono quella di Alessandro Borghi e quella di Adamo Dionisi, che se non gli conoscessi come attori, avrei pensato che fossero dei veri e propri mafiosi incalliti presi dalla strada per girare le sequenze in cui recitano. Vorrei anche menzionare Claudio Amendola nelle vesti di Samurai, l’ultimo rimasto in vita della Banda della Magliana, ispirato alle cronache di Massimo Carminati. Una specie di guru che va in giro a dispensare saggi consigli ai suoi colleghi di malaffare. Una persona all’apparenza dai modi pacati e dall’aspetto pacifico, ma con un diavolo dentro, che la fisicità di Amendola e la sua parlata amichevolmente romanaccia rendono bene. Antonello Fassari, compare per pochi minuti, ma quei pochi bastano per essere agghiaccianti ed un pugno in pieno ventre sul piano emotivo. Il ritmo di Suburra è incalzante, non vediamo l’ora di scoprire che cosa potrà accadere nella scena successiva, e ad alcuni momenti, la colonna sonora vi associa delle tracce musicali che a cose normali dovrebbero stonare con le immagini, ma che in realtà sono capaci di accompagnarle adeguatamente ed in modo originale e poco consono. Malgrado ciò, “IL FILM”, pur avendo molti lati positivi, ne ha anche taluni di negativi. Innanzitutto, il suo taglio più da fiction televisiva, che da opera edificata per il grande schermo, non a caso è già in cantiere una serie ad esso dedicato. In aggiunta, se non si ha di base una buona propedeutica conoscenza della politica e della cronaca italiana, si esce dalla sala con parecchi interrogativi, non riuscendo ben a distinguere la realtà dalla finzione ed a ben inquadrare il preciso contesto socio-politico-religioso ove si sciolgono le varie vicende. Oltre a ciò, la ricerca della verosimiglianza nelle interpretazioni, a volte impedisce allo spettatore di comprendere le parole che vengono scandite nei dialoghi, biascicate dagli attori nel tentativo, benché raggiunto, di conferire una certa naturalezza ai caratteri assegnateli. Tuttavia, penso che qualcosa si stia smuovendo da qualche tempo entro il cinema italiano. E la riprova lo sono questa tipologia di pellicole, che cercano di avventurarsi in un modo di fare cinema dal respiro più internazionale, e dunque, più facilmente esportabile all’estero e più competitivo con quello hollywoodiano d’oltre oceano, preservando ciononostante la nostra italianità come marchio di fabbrica. Un altro esempio evidente lo sono Paolo Sorrentino, Matteo Garrone e Paolo Virzì per l’appunto.

Gabriele Manca