Recensione: Steve Jobs il nuovo film ispirato alla vita del fondatore di Apple

Danny Boyle ritorna dietro alla macchina da presa e questa volta lo fa per dirigere il nuovo film ispirato al re Mida dell’informatica, ovvero incentrandolo sulla controversa figura del fondatore della Apple Inc. Steve Jobs.

Difficilmente uno come il regista inglese, già autore di pregevoli pellicole divenute di culto, quali “Trainspotting”, “28 giorni dopo” e “Sunshine”, potrebbe girare un’opera filmica tecnicamente scadente ed anche il presente adattamento sulla vita di Steve Jobs, uno degli inventori più discussi degli ultimi tempi, non fa eccezione. Concepito a metà strada fra cinema e proscenio, non si può dire che “Steve Jobs” sia stato diretto malamente, anzi, tutt’altro. Le riprese hanno un buon ritmo e seguono attraverso repentini cambi d’inquadratura, tra brevissimi piani-sequenza, campi, controcampi, montaggi discontinui ed inserzioni di repertorio la frenesia dei protagonisti, ansiogenamente intenti a sistemare gli ultimi particolari prima dell’entrata in scena. Lo stesso si può dire della sceneggiatura pensata da Aaron Sorkin (che ha scritto, tra l’altro, “The Social Network”), riconoscibilissima per i suoi brillanti dialoghi in rapida successione, in cui vi fonde armoniosamente i toni del dramma, con quelli della commedia. Inoltre, la fotografia ha il pregio di conferire all’ambientazione un’atmosfera calda e famigliare.

Tuttavia, c’è un ma. Se il “Jobs” del 2013 era una smaccata manovra di volantinaggio a favore della Apple Computer, l’attuale pellicola non va abbastanza affondo sulla carriera dell’imprenditore californiano, forse uno degli aspetti più interessanti legati alla sua biografia. Nonostante la superficialità con cui nel film precedente era stata trattata la persona di Steve Jobs, gli step lavorativi di quest’ultimo vennero ben relazionati ed alla fine della proiezione si aveva un discreto quadro d’insieme della sua evoluzione professionale, a scapito però dei rapporti umani, indagati sommariamente nello script di Matt Whiteley. Qui, invece, hanno fatto proprio il contrario. Hanno puntato tutto sui legami interpersonali, tralasciando quasi in toto l’immagine di creatore del nativo di San Francisco. In pratica, sarebbe stato inappuntabile un film costituito dal meglio delle due parti, ossia la sfera scientifica del primo e quella affettiva del secondo, benché chiedere un Frankenstein cinematografico di questo tipo, probabilmente sarebbe chiedere troppo.

Pur essendo ispirato ad un memoriale autorizzato dall’iconico Steve Jobs in persona, redatto da Walter Isaacson, la versione filmica si prende parecchie licenze poetiche, malgrado voglia raccontarci come sia andata realmente, snaturando la verosimiglianza della narrazione e della consecuzione degli avvenimenti; delle vicissitudini talmente concentrate da risultare davvero poco credibili.

Va anche detto, i lettori non me ne vogliano, che Ashton Kutcher nel ruolo della geniale mina vagante Jobs, si era mostrato più in parte, riproducendone alla perfezione le movenze e la personalità (poi, è un’altra faccenda se la parte non fu scritta all’altezza dell’esecuzione), mentre Fassbender è parso esageratamente sopra le righe, con una lettura del personaggio ingiustificatamente troppo muscolare; agli Oscar di quest’anno, piuttosto lo avrei candidato nella cinquina dei migliori attori protagonisti per la sua interpretazione nel “Macbeth” di Justin Kurzel.

Bene, all’opposto, Seth Rogen nella delicata impersonazione dell’ingegnere Steve Wozniak e l’esposizione delle divergenze prospettiche tra Woz, ed il visionario Steve.

Persino la Winslet è stata brava e coinvolgente. Eppure, nelle vesti dell’ex compagna di Jobs, Katherine Waterston si è dimostrata recitativamente più intensa e chissà, magari avrei incluso tale interprete, al posto dell’attrice premio Oscar, nella rosa della miglior attrice non protagonista degli Academy Awards del 2016… Ma si sa, gli Oscar sono anche questo.

 

Gabriele Manca