Recensione: “Spider-Man: Homecoming” l’uomo ragno è diventato uno di noi

Sulle nostre reti di recente è stato perfino sorpreso in una réclame della Tim duettare in un allegro team-up danzante assieme all’ormai noto omino danzerino della sopracitata compagnia telefonica; dire che non sia estremamente amichevole l’ultima trasposizione cinematografica del giovane arrampicamuri di casa Marvel, sarebbe come negare l’oggettiva e lapalissiana evidenza delle cose. In “Spider-Man: Homecoming” l’Uomo Ragno è finalmente quell’amichevole Spider-Man di quartiere che fu pensato negli anni 60’ da Stan Lee e da Steve Ditko (i creatori dell’iconico sparatele dei fumetti Marvel).

Nella pellicola il simpatico ragnetto è un frizzante flusso continuo di battute, un crogiolo di cultura popolare ed una scanzonata figura che zampetta goffamente qua e là fra i sobborghi newyorkesi, divertita e divertente, sempre in primissima linea per sistemare le più piccole quotidiane problematiche dell’uomo comune. Insomma, un supereroe più vicino all’ordinarietà che alla straordinarietà dei suoi colleghi del Marvel Cinematic Universe, costantemente indaffarati nel risolvere disastri di proporzioni planetarie. Spidey è in pratica, più di ogni altro, l’eroe e l’amico dell’ordinario cittadino, quello che sventa semplici furti in banca od in un qualsivoglia jet market, che potremmo trovare placidamente appollaiato sulla ringhiera di qualsiasi terrazzo di Nuova York mentre si sbaffa un bel donut glassato ammirando il tramonto sulla Grande Mela oppure quello che aiuta persino una bisognosa vecchietta ad attraversare una delle tante strade trafficate della città che non dorme mai. Per cui, Il film, rispetto ai passati adattamenti per il grande schermo delle storie di Spider-Man, ci mostra una pulsante New York City, dove non vediamo i suoi abitanti in miniatura, bensì a grandezza naturale, che girano attorno alla storyline del nostro eroe in calzamaglia.
Accantonata l’ennesima riproposizione delle origini dell’aracnide umano (la puntura del ragno radioattivo, l’acquisizione dei poteri e la morte dello zio Ben), il film ci racconto di un supereroe in attività già da qualche tempo, che dopo gli eventi di “Captain America: Civil War” ritorna a casa, “homecoming” per l’appunto, alla sua routine di gioviale vigilante di quartiere ed alla sua vita da liceale con le fattezze di Peter Parker, un brillante giovane NERD dalle spiccate doti scientifiche, ma piuttosto impacciato con il gentil sesso e talvolta bullizzato, ancora alla ricerca del giusto equilibrio tra le sue due identità.
Lo “Spider-Man: Homecoming” diretto da Jon Watts, grazie soprattutto alla calzante interpretazione dell’Uomo Ragno di Tom Holland (speculare alla personalità del primo Spider-Man di Lee e Ditko: quindi acerba, distesa, mattacchiona e dalla parlantina decisamente sciolta) e ad una sceneggiatura scritta a dodici mani, è una commedia che funziona alla perfezione, con dei momenti comici particolarmente esilaranti, incastonati con un discreto criterio all’interno dello spazio narrativo, accompagnato da un’indovinata colonna sonora composta da Michael Giacchino, dalle spensierate qualità musicali.
Nel film i riferimenti agli altri superheroes del cinema dei Marvel Studios sono molteplici, come del resto lo sono pure quelli relativi alle prime vicende cartacee di Spider-Man ed alla spidertrilogia cinematografica di Sam Raimi.
Michael Keaton nei panni del rapace Avvoltoio è un villain riuscitissimo, scaltro, inquietante quanto basta, dalla straordinaria presenza scenica ed in possesso di un costume altrettanto d’impatto (c’era il concreto pericolo di una possibile vestitura in simil Power Ranger), che ciononostante non adombra il protagonista della pellicola, spinto da un mantra che vuole riconoscere i diritti della classe operaia, di continuo schiacciata dai tanti uomini di potere; Tony Stark? Sei stato nominato.
Se “Spider-Man: Homecoming” è un film che legge impeccabilmente la verve umoristica del personaggio di Spider-Man e che senza dubbio intrattiene, e diverte, di contro la CGI spesso si dimostra bruscamente approssimativa e la regia di Watts non è delle più memorabili, principalmente quando si tratta di dare spessore alle sequenze più action; l’occhio registico di Raimi era da cineteca, quadrato e suggestivamente avvolgente quando vedevamo librarsi l’Uomo Ragno fra i grattaceli dell’affascinante metropoli americana. Inoltre, la sfera drama, estremamente appassionante nella visione di Raimi del panorama ragnesco, si rivela molto poco incisiva ed il forte senso di responsabilità che dovrebbe muovere Peter Parker sotto la maschera di Spider-Man, il principale fulcro che motiva la sua missione supereroistica, viene quasi totalmente accantonato.
Spider-Man: Homecoming” si conferma dunque un blockbuster di tutto rispetto, che ha dalla sua un cast azzeccatissimo (malgrado certi riarrangiamenti dei comprimari di Spidey potrebbero andar giù male a qualcuno, compreso a chi sta scrivendo, eh vabbè!) ed un impianto comico molto efficace, ma si palesa incapace di raggiungere le vette estetiche ed autoriali del primo Spider-Man raimiano, e quanto agli spettatori più stagionati, finanche trentenni, tutti quei raga! Zio! Bella zio! Fico! E fichissimo! Enunciati praticamente nel corso dell’intera pellicola, purtroppo insinueranno in loro un tremendo senso di vecchiaia.

Gabriele Manca

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Recensione: “Spider-Man: Homecoming”
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