Recensione: “Sing” talent show e film d’animazione si incontrano al cinema

Tutum, tutum, tutum. Il cuore ti sta battendo all’impazzata. Ti chiedi se riuscirai a trovare il coraggio in te stesso di calcare quel palcoscenico che ti ha sempre messo così tanta agitazione. “Dai, forza, niente panico. Non lasciare che la paura ostacoli la realizzazione delle tue aspirazioni. Ce la puoi fare. Fai un grosso respiro, cerca di dominare la tensione e sali su quel palco una volta per tutte”. Pensi. “Cantare è il tuo sogno”.

Un po’ figlio delle svariate competizioni canore che in questi anni hanno praticamente invaso i palinsesti televisivi di tutto il mondo, vedesi talent show quali “X Factor” , “The Voice” e “Pop Idol”, “Sing”, diretto da Garth Jennings (“Guida galattica per autostoppisti”), è un film d’animazione dove spiccano il perseguimento delle passioni, delle inclinazioni di chiunque ed in un certo qual modo anche la ricerca di sé stessi. La pellicola ci parla quindi di autoaffermazione, ma persino dell’impervio cammino che ci sarà da affrontare per afferrarla. Ciascuno dovrà vedersela con i propri blocchi emotivi e con le molteplici difficoltà che la vita gli parerà davanti. Per taluni sarà la timidezza ed una scarsa autostima; per altri gli ingombranti impegni familiari e per altri ancora forse un’eccessiva nota di presunzione, o l’opprimente presenza di chi decide cosa sia meglio per loro. Tuttavia, ciascuno dovrà almeno cercare di concretizzare i suoi sogni, coraggiosamente e con la giusta convinzione, in quanto ne andrà della loro felicità. Se poi non ci riusciranno, perlomeno ci avranno quantomeno provato con tutte le loro forze e non avranno rimpianti al riguardo.

In “Sing” emergono oltretutto le esibizioni canore degli svariati protagonisti del film, sia in quanto alle energiche coreografie che alle straordinarie esecuzioni dei pezzi cantati, una compilation che “spacca” davvero, insomma, la quale spazia fra il passato ed il presente di alcuni dei più grandi successi della pop music.

Nella nuova fatica della Illumination Entertainment (già casa di produzione di “Cattivissimo me”, “Minions” e “Pets”), ovvero “Sing”, nonostante percepiamo i turbamenti e le apprensioni da “ansia da palcoscenico” dei suoi personaggi, quest’ultimi a volte non sono approfonditi a sufficienza ed in certi frangenti le fibre della narrazione mancano di coesione (e nel finale vi lasciano con un bel “e quindi?” grosso come una casa), o procedono troppo velocemente (malgrado degli interessanti repentini cambi di scena all’inizio, che ci mostrano in breve tutti i protagonisti del film), accantonando così una maggiore riflessività.

Tutto sommato, benché non sia capace di toccare i picchi della profonda sensibilità dell’animazione Disney e Pixar di questi ultimi tempi, “Sing” si rivela una godibile opera animata, che come i suoi predecessori creati dalla Illumination Entertainment è riuscita a disegnarsi una peculiare identità grafica (che si discosta da quella propriamente Pixar/disneyana), divertente e che intima a credere più in sé stessi, magari semplicemente aiutati da una lieve spintarella, soltanto per dare il via ad un latente processo di autoconsapevolezza. Tutto qui.

Gabriele Manca