Recensione: “Silence” Martin Scorzese dirige un monolitico viaggio interiore che contempla la misticità della fede

Dubbi, incertezze, delicate domande che non riescono a trovare risposta e che frustrano i pensieri di chi se le pone. “Silence” è un monolitico viaggio interiore che contempla la misticità della fede religiosa e le laceranti perplessità, i tentennamenti dei suoi devoti che, inermi di fronte alle atrocità di cui sono testimoni, si chiedono sgomenti dove sia il loro misericordioso Dio salvatore adesso? “Dammi una prova della tua presenza, del tuo affetto Signore. Rispondimi. Rispondimi… Rispondimi mio Signore. Come puoi permettere tutto questo?”. Interroga angosciosamente il suo Dio Padre Sebastião Rodrigues (Andrew Garfield), il chierico gesuita protagonista di “Silence”. Silenzio. “Parlami”. Ribadisce. Silenzio. Un padre, Rodrigues, che non è solo devastato, sfinito da una voce che si astiene dal proferire parola e che assiste silentemente alle sofferenze dei suoi credenti, ma che proprio per questo scuote quelle sue certezze che avrebbero dovuto rassicurare tutte quelle coscienze che sarebbero state abbracciate dalla sua ascetica opera di missionariato cristiano.
Con “Silence”, tratto dall’omonimo romanzo storico del 1966 dello scrittore giapponese Shūsaku Endō ambientato durante le persecuzioni contro i cristiani nel Giappone della prima metà del XVII secolo (periodo Tokugawa), Martin Scorsese ritorna alla regia dirigendo un film difficile, faticoso, estenuante, però che fa poderosamente sentire il suo peso morale e le sue possenti implicazioni spirituali. Con un periodo di gestazione di ben 28 anni, la pellicola è un’opera fatta soprattutto per chi ama appassionatamente la settima arte. Le immagini sono cesellate nei minimi particolari ed inquadrano una riproduzione del Sol Levante del 1600 con una cura, ed una precisione artigiana, fotografata entro una luce ed una concezione pittorica che va dal chiaroscuro caravaggesco sino alle pallide stampe giapponesi. Il film, intercalando significativi primi piani a suggestivi campi lunghi e lunghissimi, accennando all’espressività del teatro Kabuki e rimarcando la sovrastante presenza della natura, e dei suoi suoni (solo per evidenziarne alcuni aspetti) omaggia il magniloquente cinema nipponico del maestro Akira Kurosawa (regista di indiscussi capolavori quali ad esempio “I sette samurai” ed “Il trono di sangue”), ma anche l’immobilità dello stile analitico del cinema giapponese usufruendo in molte circostanze di una staticità messinscenica e di un contenuto uso del montaggio che aprono allo spettatore le porte della psiche dei personaggi che occupano lo spazio filmico. Probabilmente “Silence” pecca di un ritmo eccessivamente compassato, tuttavia necessario per le tempistiche maturative delle tematiche insite nell’ultima fatica di Scorsese.
Nei corpi martirizzati, sfibrati e passionalmente cristificati Andrew Garfield, e Adam Driver danno una complessa interpretazione rispettivamente dei giovani Padre Sebastião Rodrigues, e Padre Francisco Garupe, capaci di comunicarci tutto il loro doloroso smarrimento e la pena dei loro cuori sanguinanti. E quando compare, assistiamo come sempre ad un gigantesco Liam Neeson, qui nella parte di Padre Cristóvão Ferreira, dalla straordinaria presenza scenica.
“Silence” ci pone d’innanzi ad una complicata riflessione che ha attraversato i secoli della civiltà umana e che tutt’ora non è giunta ad una risoluzione definitiva: la “Verità”. Che siano kirishtian (espressione nipponica che significa cristiani), buddisti, induisti, islamici, atei, agnostici o altre credenze la verità sulla fede rimane sempre al centro, ed in certi frangenti, purtroppo, genera dolorose titubanze come quella di Padre Rodrigues o addirittura brutali attriti fra i vari culti. Forse, secondo “Silence”, il problema non sta tanto nell’eterogeneità dei credo che abitano i molteplici popoli del mondo, ma piuttosto il categorico rifiuto di tanti di rispettare l’altrui dottrine, ripudiandole coercitivamente e nella presunzione che soltanto la loro racchiuda le risposte che in molti vanno cercando. Forse è la tacita pietà, la compassione di un Deus-sama (come chiamano i giapponesi Dio) o di un Cristo caritatevole che li accompagnano silenziosamente nella sofferenza, la divinità profondamente invocata dai suoi devoti fedeli. Forse. Forse è così.

Gabriele Manca 

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Recensione: "Silence"
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