Recensione: “Pelè” il film dedicato al ragazzo di strada che con il calcio ha fatto sognare il mondo

Destro, sinistro. Ancora destro e sinistro. Un sinuoso movimento di bacino. Finta a destra, scatto a sinistra. Arabona. Passaggio filtrante al compagno. Proiettarsi in area di rigore e cercare di smarcarsi in attesa del cross. Mezza rovesciata al volo, goal. Uno splendido goal. La torcida festeggia a ritmo di Samba. “In te la Ginga è potente figlio mio” (quasi un mantra alla “Guerre Stellari”). La Ginga. Quel modo di “jogar futebol”, come dicono i brasileiri, libero (qual è la danza da cui ha origine, nata per cercare di spezzare le catene della schiavitù), fluido, spensierato, divertito, quasi acrobatico, che i talenti verde oro del calcio odierno vanno man mano dimenticando, è stato per molti decenni il poetico stile di gioco dei loro antesignani Ronaldinho, Ronaldo, Romário, Rivelino, Garrincha, Didi, ma soprattutto di Edson Arantes do Nascimento, in arte Pelé, ricordato come uno dei campioni calcistici più illustri di tutti i tempi. Con “Pelé” i semisconosciuti fratelli statunitensi Jeff e Michael Zimbalist dirigono, e sceneggiano la biografia del fuoriclasse brasiliano fra una discreta regia, avvenimenti realmente accaduti e romanzate scelte narrative (un po’ troppe a volte), il tutto inserito per buona parte in un racconto di cornice. Il risultato è una storia che si lascia guardare piacevolmente, nonostante un ingenuo ed acerbo approccio al percorso di vita intrapreso dall’asso della Seleção che in certi casi scade nell’ampollosa celebrazione dell’uomo giocatore.

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È vero che in una particolare scena del film sembra di assistere ad una famosa pubblicità di un noto marchio di abbigliamento sportivo girata diciotto anni fa in un aeroporto. Ed è pure vero che il background di un personaggio di particolare importanza per l’economia della pellicola è stato parzialmente snaturato rispetto alla sua fonte ispiratrice.

Tuttavia, “Pelé” non è semplicemente un biopic sportivo, ma è anche la storia di una nazione segnata da sempre da spropositate differenze di classe socioeconomiche, e di un popolo, nato e cresciuto nella miseria, che nel gioco del calcio è riuscito a trovare una forma di riscatto nei confronti dei paesi più agiati. Leonardo Lima Carvalho si dimostra davvero molto bravo e convincente nella parte di Pelé da ragazzino. Ed i momenti in cui compare assieme ai suoi amici di quartiere sono sia commoventi che divertenti (quasi un connubio fra il giovanissimo gruppetto di amici di “Stand by Me” e quello de “I Goones”, ma con il sound brasileiro nel sangue).

Un altro lato positivo è il profondo svisceramento del legame tra Pelé ed i suoi genitori. Di cui necessita una menzione speciale quello con il padre (impersonato in modo toccante dall’attore carioca Seu Jorge), raffigurato come una costante guida spirituale per suo figlio. Infine, è di tutto rispetto anche l’interpretazione di Vincent D’Onofrio (il soldato “Palla di lardo” di “Full Metal Jacket” ed il Wilson Fisk del serial televisivo “Daredevil”), fisicamente, incredibilmente somigliante all’allenatore della Nazionale di calcio brasiliana del 1958 Vicente Feola, da lui incarnato nel presente adattamento cinematografico… Per di più, come se non bastasse, entrambi portano perfino lo stesso nome… se non è destino questo?!

Gabriele Manca

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Recensione: Pelè
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