Recensione: “Logan – The Wolverine” Hugh Jackman eroe per un’ultima volta

Logan – The Wolverine” si inserisce in un aspro e polveroso immaginario futuristico dove si è abbandonata ogni speranza, e dove il mondo non è ormai più lo stesso. Nella pellicola gli X-Men sono soltanto una sbiadita memoria dei bei tempi andati e la razza mutante si trova sull’orlo della sua estinzione finale. Qui, fra l’esigua manciata di superstiti portatori del gene X che lottano per la sopravvivenza, troviamo un’anima invecchiata e sperduta, che osserva compassatamente l’inesorabile scorrere delle stagioni che si susseguono nel tempo. È l’arrendevole anima di Logan (James Howlett), tempo fa conosciuto anche come Wolverine, un mutante, un uomo che ha smesso di lottare e che ha smarrito la voglia di vivere. Una persona segnata dalla sofferenza che vive fisicamente nel presente, ma che oramai si aggrappa unicamente agli ingialliti ricordi del passato, conscia del fatto che indietro no si può più tornare.
Logan beve per dimenticare. Impreca per dimenticare. Ruggendo, si azzuffa violentemente nei vicoli più fuligginosi per dimenticare. Ciononostante la scomparsa dei suoi cari amici dello Xavier Institute è una ferita così profonda che neanche il suo miracoloso sistema rigenerativo può rimarginare. Il principale pregio di “Logan” è che prima di Wolverine, il feroce mutante dagli affilati artigli retrattili, vediamo i dolori, i tormenti, i patimenti di un uomo che arranca, stanco di stringere i denti, costantemente, malgrado la sua invincibilità, messo a tappeto da una vita che gli ha sempre tolto e mai dato, perennemente estraneo ad un duraturo stato di serenità interiore.
Il film, sequel di “X-Men le origini – Wolverine” (2009) e di “Wolverine – L’immortale (2013)”, va a chiudere la trilogia cinematografica dedicata al rabbioso mutante canadese imboccando una spietata cifra stilistica fatta di un’efferata crudeltà, di una furiosa brutalità e di una pungente punta di ironia, ove il sangue scorre copiosamente come un fiume in piena, tingendo di un rosso arterioso le trame di “Logan”.
Dietro alla macchina da presa di “Logan – The Wolverine” c’è James Mangold, già autore di “Wolverine – L’immortale”, il quale riesce ad improntare una regia al contempo intimistica ed eccellentemente dinamizzata negli animaleschi duelli, entro una pellicola a metà strada fra il road movie, il genere western e che per certi aspetti sembra quasi rifarsi a “Non è un paese per vecchi” dei fratelli Coen, ed a “Gli spietati” di Clint Eastwood.
Mangold e gli sceneggiatori (ove figura pure lo stesso Mangold) rifacendosi all’originaria opera fumettistica della Marvel a cui il film si ispira, “Vecchio Logan”, decidono di non incastonare l’ultima storia dedicata a Wolverine nell’universo filmico degli X-Men come i due precedenti capitoli, bensì di cimentarsi in un racconto libero dalle gabbie della continuity con l’intento di conferirgli un’impronta più autoriale, prendendosi così il tempo necessario per sviscerare a pieno le emozioni dei suoi personaggi e per trattare importanti tematiche come la paternità, il concetto di famiglia e l’etica umana.
In “Logan” un canuto Hugh Jackman, affiancato da uno straordinario Patrick Stewart nelle vesti di un commovente Professor Charles Xavier che nonostante tutto continua a credere in un domani migliore, dà la sua prova definitiva nei panni di Logan/Wolverine facendone emergere con dura autenticità la complessità delle sue angosce, la disperazione e la miriade di tribolazioni con cui ha dovuto fare i conti nel corso della sua intera esistenza, ma anche il lato più bestiale della sua sfera selvatica. Da menzionare perfino l’interpretazione della giovanissima Dafne Keen di Laura Kinney/X-23, in grado di tenere la scena al pari di Stewart e Jackman senza esserne da questi oscurata.
Sostanzialmente “Logan – The Wolverine”, benché in certi frangenti opti per degli infelici espedienti narrativi, merita di collocarsi di diritto fra gli adattamenti cinefili più eccelsi degli X-Men, eguagliando ottimi cinecomics quali “X-Men 2” ed “X-Men – Giorni di un futuro passato”.
Ci mancheranno molto Hugh Jackman e Patrick Stewart, dato che in questo “Logan” hanno intonato il loro ultimo canto del cigno negli iconici ruoli del furente Wolverine e del saggio Professor Xavier.
Arrivederci, Patrick e Hugh.

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Recensione: “Logan – The Wolverine”
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