Recensione: “L’inganno” un perbenista gioco di maschere dirette da Sofia Coppola

1864 . Sono trascorsi già ben tre anni da quell’offensiva alla struttura di Fort Sumter risiedente nella Carolina del Sud per mano delle forze confederate, che innescò la miccia del feroce conflitto secessionista statunitense. In una sperduta campagna dello stato della Virginia Dio ha voluto che il gravemente ferito caporale nordista Jonathan McBarney, fortunosamente scampato alla cattura di alcuni soldati nemici, si ritrovi a dover trascorrere la sua convalescenza fra le quattro austere mura di un collegio femminile, il sudista Farnsworth Seminary… Ma non sempre quello che sembra si dimostra poi quello che è.

La nuova pellicola della nota figlia d’arte Sofia Coppola, “L’inganno”, è per l’appunto un perbenista gioco di maschere socialmente accettate, un flebile costrutto fittizio che frana facilmente su se stesso se appena maliziosamente sfiorato, una menzogna che non fa altro che maldestramente celare l’irrefrenabile forza delle passioni, delle pulsioni, nonché degli istinti naturalmente insiti nella complessità della natura umana, la quale più si cercherà di imbrigliarla, reprimerla entro un rigido codice comportamentale tanto più violenta sarà la sua ritorsione, la sua rivalsa contro quel severo sistema precostituito che la vuole coercitivamente sedare.

Il collegio Farnsworth è una realtà ovattata, come chi vi abita fosse quasi inconsapevole del cruento fratricidio che si sta consumando al di là del trascurato giardino di questa residenza per educande. I colpi di cannone rimbombano nel cielo, ma sono così lontani che uditi dalla magione Farnsworth paiono poco più di un paio di tuoni che preannunciano semplicemente il maltempo. In pratica un ambiente apparentemente armonico, senza sbavature che, nonostante questo, con l’arrivo del bel caporale McBarney (Colin Farrell) verrà scosso dalla verità, comprese le sofferenze che la guerra porta consuetudinariamente con sé, che ne disvelerà sostanzialmente “l’inganno”.

Il film è un clandestino scambio di sguardi ammiccanti, di licenziose risatine, di sospiri appena accennati e di parole soltanto sussurrate, dove a sprigionare una certa carica erotica,corroborata anche dalla soffusa fotografia al lume di candela pensata del francese Philippe Le Sourd, è più un turbante non detto rispetto a tante parole o a tanti gesti esplicitamente peccaminosi. Quindi, con la scoperta e la riscoperta della loro sessualità, le sette fanciulle di Farnsworth abbatteranno gli schemi insegnatigli, ma al desiderio comune seguiranno le gelosie, la competitività e le malelingue che non sapranno gestire visto e considerato la totale impreparazione di queste donne/ragazze ad affrontare la vita reale.

Con “L’inganno”, tratto deal romanzo “Painted Devil” del 1966 di Thomas P. Cullinan, La Coppola riporta in scena la seduzione, i drammi e le frustrazioni femminili come già accaduto ne “Il giardino delle vergini suicide”, “Marie Antoinette” ed in “Lost in Translation”, attraverso la sua inconfondibile cifra stilistica fatta di una regia manierata (nella sua ultima fatica cinematografica tantissime inquadrature hanno il sapore di un ritratto impressionista) ma al contempo anche di quel peculiare senso di concretezza tipico della regista statunitense. Poi poco importa se il film è stato accusato di un’eccessiva lentezza (dopotutto, del tutto necessaria se riflettiamo sul filo del racconto) o se si pensa al risvolto dalle inintenzionali comiche tempistiche, degne di qualsiasi video trailer del buon vecchio Maccio Capatonda nazionale, dell’ardente richiesta del libro di anatomia da parte della signora Martha Farnsworth, il personaggio interpretato da Nicole Kidman, per curare il malconcio caporale MacBarney, “L’inganno” è un dramma in costume d’epoca decisamente ben fatto, che ha dalla sua un’impeccabile riproduzione degli abiti e degli interni ottocenteschi, una regia particolarmente interessante ed una trama, sì, dai ritmi indubbiamente sommessi, ma che da un certo punto in poi libera un’attraente spirale di sensualità, violenza e furore. I fautori del cinema di Sofia Coppola saranno più o meno soddisfatti dalla visione, forse un po’ di meno chi non apprezza di fondo il suo operato.

Gabriele Manca