Recensione: “La pazza gioia” il nuovo film di Paolo Virzì

Si ode un impetuoso frastuono. Sono “Perfetti sconosciuti”, “Lo chiamavano Jeeg Robot”, “Veloce come il vento”, “Non essere cattivo” ed adesso anche “La pazza gioia”. È il cinema italiano che si sta poderosamente scuotendo dal suo antico torpore. È pure vero che non bisogna dimenticarci del film premio Oscar “La grande bellezza” diretto da Paolo Sorrentino e de “Il capitale umano” di Paolo Virzì, ma questi furono semplicemente dei fuochi isolati a cui non seguirono a breve pellicole nostrane degne di nota come è accaduto in quest’ultimo periodo cinematografico.

Con “La pazza gioia” Paolo Virzì fa ritorno nell’amata regione natia, la Toscana, dopo sei anni da “La prima cosa bella” ambientato nella località livornese, girando un’opera “on the road a tinte rosa” profonda, intensa, commovente, ma lungi dall’essere lacrimevole. Di certo, la storia gira attorno a più drammi esistenziali attentamente sviscerati in tutte le loro sfumature, ciò nonostante la pungente ironia toscana pervade l’intera pellicola, infondendogli una considerevole freschezza (Monicelli insegna, Virzì ringrazia). L’arguto sceneggiatura scritta a quattro mani dallo stesso Virzì e da Francesca Archibugi si inoltra nei recessi dei cuori più fragili, ma lo fa in modo brillante, con dialoghi frizzanti che al contempo veicolano alla riflessione (a tratti vi si può scorgere un po’ di quella poetica tipica del cineasta newyorkese Woody Allen), privi di una stancante e fastidiosa retorica.

La “pazza gioia” è semplicemente la gioia di vivere appieno la vita che ci è stata donata, malgrado le sofferenze, i disagi interiori e gli impervi ostacoli che ci si parano davanti nel corso della nostra intera esistenza. Una felicità che la si può trovare in chi ci sta sinceramente accanto (senza volere nulla in cambio); in chi ha il piacere di avere la nostra compagnia; in piccoli, però significativi gesti di complicità, ma sopratutto in preziosi e fuggevoli attimi di spensieratezza, oppure di calda intimità. In pratica, uno stato di serenità a cui possiamo assurgere, anche se va ricercato e fatto solamente di brevi momenti.

Acclamato, dopo la sua visione al Festival di Cannes di quest’anno, da una scrosciante cascata di applausi, il nuovo film di Virzì non ci lascia sconfortati, piuttosto ci infonde speranza e la voglia di non mollare mai, di vivere, persino di fronte alle avversità più insormontabili.

Beatrice e Donatella, il vero e proprio fulcro della pellicola, sono le due Thelma & Louise del racconto. La prima impersonata superlativamente da una vulcanica ed istrionica Valeria Bruni Tedeschi. La seconda da una complessa/complicata Micaela Ramazzotti (che ha lavorato su un credibilissimo accento toscano, malgrado la sua romanità), a volte bambina, come per proteggersi dalle infelicità patite da adulta, altre donna. Due anime, quelle di Beatrice e di Donatella, tanto diverse quanto fuse in una perfetta simbiosi emozionale, di cui non possono fare a meno per cercare di sopravvivere in una società che le rifiuta in quanto etichettate come “non idonee”. Oltretutto, le figure di contorno che man mano compaiono nel proseguo della pellicola si dimostrano particolarmente interessanti e divertenti (di gran lunga più di una semplice cornice interpretativa).

Il cinema italiano forse sta davvero risorgendo e noi di tutto ciò non possiamo che esserne più che lieti.

Gabriele Manca

REVIEW OVERVIEW
La Pazza Gioia - Il nuovo film di Paolo Virzì
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