Recensione: “Jackie” Natalie Portnam veste i panni dell’ex prima donna degli Stati Uniti

Una delle più amate first lady americane. Una donna dall’innata eleganza e che si è anche contraddistinta per la sua sensibilità storico-artistica, divenuta grazie a questi aspetti ed al suo savoir faire una vera, e propria icona di stile in tutto il mondo, in una parola: Jacqueline Bouvier, la protagonista di “Jackie”, meglio conosciuta con il nome di Jacqueline Kennedy, ovvero come moglie di John Fitzgerald Kennedy, il 35º presidente democratico degli Stati Uniti d’America assassinato da Lee Harvey Oswald a quanto si presume nel quadro di una “cospirazione conservatrice”, dopo appena tre anni di presidenza, a Dallas, in Texas, il 22 novembre del 1963 alle ore 12:30 mentre era in visita ufficiale alla città.
Un fatto è certo,“Jackie”, prendendo per un attimo in prestito il gergale matematico, è uguale ad una sola cosa: Natalie Portman. Entro una storia che racconta i giorni di lutto di Jacqueline Kennedy (denominata da tanti con il diminutivo di Jackie) immediatamente successivi alla morte del marito, Natalie Portman nei panni di Jackie Kennedy si porta a casa un’altra superlativa interpretazione, non a caso premiata anche con una candidatura agli Oscar di quest’anno, dopo l’incredibile prova ne “Il cigno nero” con cui si aggiudicò nel 2011 un Academy Award come Miglior attrice protagonista nel ruolo della tormentata ballerina di danza classica Nina Sayers.

In “Jackie” è straordinario come la Portman, coadiuvata pure dagli splendidi costumi di Madeline Fontaine, abbia raggiunto dei livelli empatici con l’ex prima donna degli Stati Uniti così alti da mimetizzarsi completamente con quest’ultima. L’attrice israeliana riproduce alla perfezione la leggiadria delle movenze, della vocalità e della grazia di Jackie, ma soprattutto la sua forza interiore, le sue fragilità e la sua tempra morale, non mancando però di indagare persino i suoi lati più oscuri. Difatti, quella che vediamo sullo schermo è sia la Jacqueline Kennedy che in un celebre programma televisivo statunitense invitava cortesemente ogni cittadino americano a visitare la Casa Bianca che quella scavata nella sua più profonda umanità, nella sua figura di madre e nel dolore per la perdita di un uomo che avrebbe potuto dare ancora molto alla propria nazione, un uomo che forse non sarà stato un genio, né tanto meno senza macchia, ma che sapeva come pochi altri trasmettere i suoi ideali e la sua visione delle cose.
La regia di “Jackie” del cileno Pablo Larraín (“Tony Manero”) fruisce particolarmente di primi piani e di una certa fissità delle immagini cercando di concentrarsi principalmente sui volti, su la loro espressività e sull’emotività dei personaggi in scena che si muovono sullo sfondo di una colonna sonora dalle sfumature al tempo stesso malinconiche, e stranianti, decisamente in linea con le sofferenze di Jacqueline Kennedy, a volte quasi dipinta nella pellicola come uno spettro, un’anima in pena non ancora pronta ad abbandonare la vita terrena, che vaga fra le varie stanze della residenza presidenziale forse in cerca di un finale meno amaro di quello che si è realmente consumato, nel rammarico della caduta di una nuova radiosa Camelot che purtroppo non ha avuto il tempo di sbocciare.
Con “Jackie”, insomma, Larraín realizza un dignitoso biopic incentrato su uno dei personaggi pubblici più adorati della storia contemporanea, che tuttavia difetta di un pigro ritmo narrativo e di una serie di interpreti di contorno che aggiungono poco o niente all’economia generale del film, sorretto precipuamente da una prodigiosamente trasformistica Natalie Portman.